Shi Tzu, il cane dei monaci tibetani Un «batuffolo» che sa combattere

Foto di carlosleucipo da Pixabay


Di portamento fiero, si muove al rallentatore Diffidente con gli sconosciuti, è fedele solo al padrone
Ha il fascino dell’Oriente: per questo ormai da anni lo Shi Tzu continua la marcia trionfale alla conquista delle case ed ha schiere di ammiratori che lo considerano un gioiello della natura, proprio come fanno i sacerdoti di Buddha. I primi esemplari (allevati dai monaci tibetani che ne erano gelosissimi custodi venivano utilizzati per dare l’allarme e svegliare i mastini da guardia) furono importati in Inghilterra nel 1930 e conquistarono subito l’isola e poco dopo l’Europa cinofila. Di carattere fiero, portamento altero come fosse conscio della propria bellezza, lo Shi Tzu si muove al rallentatore, quasi guidato da un’invisibile moviola. Piuttosto restio a dar confidenza agli sconosciuti, è pronto a segnalare l’arrivo di estranei ed a difendere la casa, sia abbaiando sia ricorrendo ai denti insolitamente robusti in un cane alto più di 26 centimetri e pesante meno di otto chili. Da cucciolo sembra proprio un batuffolino peloso e tenero: cerca protezione, pretende attenzioni. In casa da pochi giorni instaura un rapporto di affetto con tutti, un legame però che per essere saldo necessità di tempo. Ed è un impegno verso il cane che viene ampiamente compensato proprio perché lo Shi Tzu riconosce nel padrone una guida da seguire ciecamente. Crescere un cucciolo affettuoso e non deve significare «antropizzarlo», cioè attribuirgli sentimenti ed esigenze proprie delle persone. Lo si acquisti da allevatori noti: lo Shi Tzu infatti non verrà mai offerto come «occasione». In casa deve avere il proprio angolo e qualche giocattolo: un osso di pelle di bue, una pallina di gomma piena o un pupazzo. È goloso, ma occorre resistere per garantirgli una vita lunga e sana.
Gli si insegni – ma imparerà in poche lezioni – a camminare correttamente. Il pelo – sono ammessi tutti i colori e sulla testa è raccolto in un ciuffo – è lungo, folto e con qualche ondulazione e completato da un sottopelo che un tempo gli era necessario per difendersi dal freddo nelle zone impervie del Tibet.
La toelettatura è relativamente semplice: ogni giorno qualche colpo di spazzola e di pettine.

Fonte: Corriere della Sera, 20/01/2006

Maltese, il cane di «porcellana» che incantò anche i filosofi greci

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Prediletto di grandi dame e sovrani ma anche da pittori, musicisti e poeti, il maltese ebbe fra i suoi estimatori la duchessa d’Alba e Giuseppe Verdi che ricordava il suo Lulù nelle lettere agli amici. Compare in memorabili opere di Carpaccio, Tiziano, Tintoretto, Veronese, Bruegel, Goya ed altri. I motivi di tanto successo sono il suo aspetto aristocratico e fragile e il candore del pelo che ne esalta la bellezza suggestiva rendendolo simile ad una preziosa scultura.
L’ammirazione e l’affetto che ha saputo conquistarsi nei secoli (Teofrasto, 371-286 a. C., è il primo a descriverlo) sono ben riposti perché non delude mai. Verso l’intera famiglia dimostra un affetto addirittura esclusivo, non teme gli altri animali ma preferisce la compagnia delle persone: può tranquillamente convivere con altri cani o gatti purché non siano rissosi o comunque non tentino di importunarlo. Se aggredito, infatti, reagisce con insospettata energia.
In casa è piuttosto pigro, si muove a fatica ed esclusivamente per seguire una persona da cui pretende magari un po’ di cibo oltre la razione che gli è consentita. È infatti goloso ma selettivo: preferisce alcuni alimenti e ne disdegna altri. Ogni giorno dev’essere spazzolato e pettinato accuratamente e delicatamente.
Nei luoghi aperti dà sfogo a tutta la sua allegria ma si limita a fare pochi metri voltandosi frequentemente per accertarsi di non esser lasciato solo. Con i bambini è piuttosto insofferente ma mai aggressivo; ne accetta le carezze ma se diventano troppi insistenti si allontana.
Un ottimo esemplare deve avere occhi color ocra, sguardo vivacissimo, torace ampio, pelo candido, fitto e lungo e, se maschio, statura non superiore a 25 centimetri, mentre la femmina ha corporatura più aggraziata.
Si dia sempre la preferenza ad allevamenti italiani. Un cucciolo di ottima genealogia deve avere carattere estroverso e ricercare la compagnia delle persone. Si diffidi di quegli esemplari che, se avvicinati, si allontanano e vogliono rimaner soli o comunque lontano dalla gente.

Fonte: Corriere della Sera, 13/01/2006

Leonberger: origini, morfologia, carattere

Leonberger: cane il cui nome, selvaggio solo nei ricordi, lascia trasparire tutte le più nascoste e coraggiose caratteristiche di colui che sarà il più affettuoso colosso ed il più indomito guardiano di tutti i membri della famiglia.

Corsa, enorme massa di pelo ondeggiante, grossa macchia di colore sulla nostra strada, questa è la prima impresssione che ognuno di noi può avere dalla visione surreale di questo gigante a quatro zampe: il Leonberger.

Origini


Il Leonberger, della famiglia dei molossoidi, è originario, come ipotesi attualmente più accreditata, della città tedesca di Leonberg e che sia stato creato verso la fine del XIX secolo da Essig facendo incrociare alcuni cane di razza Terranova e con altri di razza San Bernardo. Ufficialmente è stato riconosciuto nel 1949 e da allora ha sempre goduto di grande successo nell’ambito degli amanti dei cani di grossa mole.

Morfologia


Il Leonberger è un cane di mole gigante, potente e molto muscoloso; l’altezza al garrese per i maschi è compresa fra i 72 e gli 80 cm e per le femmine fra i 65 ed i 75 cm; il peso per i maschi può arrivare agli 80 kg; il tronco è più lungo, anche se minimamente, dell’altezza al garrese; il torace è profondo e denota possenza; la testa è tonda dalla fronte prominente, mai con il muso a punta; le orecchie sono attaccate alte e cadenti sulle guance; gli arti sono forti, muscolosi con appiombi saldi e diritti; la coda è attaccata alta, ricca di pelo e mai portata arrotalata; il pelo è liscio oppure leggermente ondulato; il sottopelo è folto; il colore, come dice il nome stesso, ricorda quello del leone: giallastro focato con inserti neri; la maschera è nera.

Carattere


Il Leonberger, come quasi tutti i cani di mole gigante, si mostra riflessivo, sicuro di sè, calmo ed equilibrato in ogni in situazione, modo in cui denota la consapevolezza della propria forza. Con il padrone è affettuoso, desideroso della sua compagnia anche in modo un po’ possessivo, ma nonostante ciò è molto dolce e paziente con i bambini sia di casa che estranei. Il molosso si dimostra anche un ottimo nuotatore e molto resistente alle intemperie, caratteristica che solitamente è primaria nei cani piuttosto rustici.


Il Leonberger, come quasi tutti i cani di mole gigante, si mostra riflessivo, sicuro di sè, calmo ed equilibrato in ogni in situazione, modo in cui denota la consapevolezza della propria forza. Con il padrone è affettuoso, desideroso della sua compagnia anche in modo un po’ possessivo, ma nonostante ciò è molto dolce e paziente con i bambini sia di casa che estranei. Il molosso si dimostra anche un ottimo nuotatore e molto resistente alle intemperie, caratteristica che solitamente è primaria nei cani piuttosto rustici.

Utilizzazione


Il Leonberger, come si deduce facilmente dal suo carattere, è un ottimo cane da compagnia per la famiglia, nonchè ottimo guardiano e difensore della stessa. Questa fedeltà al padrone ne fa anche un ottimo cane per la Protezione Civile e per i salvataggi in genere, compresi quelli in acqua ed un ottimo cane da valanga.

Articolo di Roberto Ferraresi e Michaela Gornati

Husky, il cane del ghiaccio tra mondo selvaggio e civiltà

La chiave di lettura per comprendere perché l’uomo e il cane stanno bene insieme è il gioco: l’accoppiata è vincente perché i due hanno percorso la via dell’evoluzione giocando. La grande plasticità umana, fonte di tante conquiste, è una caratteristica infantile e il nemico lupo è diventato cane quando ha imparato a conservare anche da vecchio la simpatia del cucciolo. Giocando con il lupacchiotto rubato alla madre e cresciuto intorno al fuoco del suo accampamento, l’uomo ne ha scoperto gli aspetti utili, e intanto lo schivo selvatico imparava la convenienza per sé del convivere. Del seguito è responsabile il tempo: il lupo si è trasformato nell’amico cane, che l’uomo ha selezionato in molteplici razze. La cultura ha plasmato la motivazione d’inizio che badava all’utile, e in certi casi l’ha stravolta fino al capriccio: il mondo pullula di cani da salotto, selezionati per essere quasi “umani”. A loro si accompagnano razze da lavoro, pastori, cacciatori, guardiani, che sono più “cani” e meno “bambini”. Esistono però ancora dei cani che sono rimasti un po’ “lupi”. Gli husky fino alla fine del XIX secolo vivevano solo in Siberia, dove trainavano le slitte delle tribù Ciukci. Senza conoscere le leggi della genetica queste popolazioni seppero conservare le qualità della razza, permettendo solo ai cani migliori di riprodursi ed eliminando quelli inadatti al lavoro o troppo aggressivi. Per i Ciukci il legame con il cane era vitale, perché era allo stesso tempo compagno, guardiano, cacciatore, pastore, cane da slitta e … caldaia. Il loro modo di dire “una notte da un cane” o “una notte da tre cani” rendeva l’idea di quante coperte viventi servissero, secondo la stagione, negli igloo delle regioni oltre l’artico. I cani “ciukci” divennero “husky” quando attraversarono lo stretto di Bering e furono portati in Alaska. La ragione dell’imbarco fu la febbre dell’oro, che portò migliaia di uomini su piste innevate e li accoppiò per naturale conseguenza ai cani da slitta. I primi siberian husky arrivati vennero presi in giro per la loro piccola taglia: per le slitte dei cercatori d’oro sembrava più opportuno usare bestie più grosse da abituare al traino. Ma il nome “husky” non a caso vuol dire “vigoroso” e quando una muta di questi cani si piazzò tra le prime durante una gara la razza segnò la sua vittoria. Tutto avveniva sempre per gioco: nella vita durissima che i cercatori d’oro conducevano per i loro profitti, il divertimento restava, come sempre nell’uomo, uno dei pochi conforti: allora si inventavano gare e scommesse, complici i cani. La Russia chiuse le sue frontiere proprio negli anni in cui il siberian husky veniva riconosciuto come razza dall’American Kennel Club: per questo traguardo molto si deve a un mercante di pellicce che aveva un contratto in esclusiva col governo sovietico e che per anni fu l’unico contatto dei Ciukci col mondo esterno. Si chiamava Olaf Swenson, si muoveva tra Alaska e Siberia usando le slitte e aveva una sensibilità straordinaria nell’osservare conformazione e comportamento dei cani che sceglieva, capostipiti di numerosi tra i migliori husky attuali. La razza fu riconosciuta ufficialmente nel 1930, mantenendo nel suo standard le caratteristiche del lupo progenitore, in questo caso non trisavolo ma cugino vicino. Quando i cani da slitta vivevano liberi negli accampamenti della Siberia gli incroci con i lupi erano normali, se non ricercati.
Un adattamento importante che l’ambiente ha prodotto su questi cani è la resistenza al freddo. Nelle loro regioni di origine per dormire si accoccolano sotto la neve, capaci di sopravvivere fino a 50 gradi sotto lo zero grazie a una doppia pelliccia dotata di un sottopelo invernale lanoso e leggermente grasso, che si può cardare e filare per farne maglioni adatti a chi sfida il grande nord. Con l’arrivo dei cani da slitta nel nostro mondo meno ostile è nato uno sport che si chiama sleddog e vede protagonisti allevatori appassionati. Per praticarlo non basta un solo cane, né si può avere un carattere da poltrona: ci vuole una muta e per trarne soddisfazione il conduttore deve essere dotato di autorevolezza e di psicologia. Il branco ha delle precise gerarchie e l’uomo deve essere un bravo capo branco per ottenere affetto e rispetto. Per un po’ gli husky sono stati di moda a causa degli occhi celesti, non comuni negli altri loro parenti: l’incontro con un piccolo lupo dallo sguardo di ghiaccio fa sempre voltare i passanti e gratifica il conduttore del divo. La moda oggi è passata e se ne vedono in giro di meno, alcuni senza pretese anche con l’iride del più consueto marrone. Buon segno: vuol dire che i padroni sono più attenti, e scelgono il loro compagno quadrupede non per sfizio ma per sintonia di carattere, conoscendone lo standard di razza. E’ difficile analizzare le motivazioni che spingono una persona a scegliere un amico a quattro zampe. Questa razza poi è diversa dal solito modo di concepire il cane, compagno domestico e addomesticato, quasi persona senza parola adattato ad un mondo dove il richiamo della foresta non gli arriverà mai e poi mai.
Gli husky erano i cani di Giovanni Agnelli, a cui probabilmente veniva naturale essere per loro capo branco carismatico. Un husky è stato fedele compagno del responsabile di una scuola guida; il padrone ricorda il suo cane con rispetto perché sapeva tenere la destra e mai sarebbe andato a spasso da solo contromano. Ma la più poetica ragione della scelta di razza l’ha scritta Maurizio Guiducci, sportivo conduttore di mute da slitta, allevatore di husky, affascinato dal loro istinto di tirare: “…perché quando corri nel vento non puoi essere che vento…”.

Articolo di Caterina Gromis di Trana originariamente apparso sul Corriere della Sera

Bassethound, un cane nato per la caccia amante della monotonia del quieto vivere

Foto di Sebastian Molina Bullrich da Pixabay

Tanto lungo che sembra non finire mai, il bassethound ha come ideale di vita la monotonia della quiete ed è adatto a chi intende avere un quattrozampe che si fa ammirare, non crea problemi e tiene compagnia in maniera mai invadente. I suoi progenitori furono ottimi esemplari da caccia; giunti dall’Oriente, selezionati nel Cinquecento dai monaci francesi, erano utilizzati per inseguire grossi selvatici.
In Inghilterra, nel Settecento, furono incrociati con i bloodhound, cani addestrati a cercar la selvaggina ferita e nelle Americhe di tre secoli fa ad inseguir gli schiavi fuggitivi. Erano un tempo numerosi anche a Milano.
Gli occhi, grandi, a forma di rombo, di solito scuri o castani se il manto è chiaro, paiono grondare tenerezza. Non è difetto se la palpebra inferiore lascia scorgere una parte della congiuntiva accentuando l’espressione di cane triste e malinconico.
Gli orecchi sono lunghissimi e sfiorano il terreno, il petto è largo, profondo, la coda, grossa alla base e sottile in punta, viene portata all’insù.
Si avvicina di rado agli altri cani ma lo fa con intenzioni pacifiche, proprio come con altri animali domestici, come i gatti, verso cui dimostra subito grande amicizia.
Preferisce rimanere tranquillo ma non da solo e quando accade comincia a lamentarsi con un abbaio straziante.
Lo si conduca di frequente a passeggio: camminerà tranquillo e lentamente senza importunare cani e persone ed accettando carezze anche dagli sconosciuti.
Impara in fretta ad eseguire correttamente gli ordini, nonostante il carattere di autentico indolente, ma l’ordine deve essere impartito con il minor numero di sillabe (anziché «fermati» sarà meglio dire «alt» o «no») e le «lezioni» non devono durare più di dieci minuti perché il cucciolone si stanca in fretta.
Mai ingordo, sarà opportuno non eccedere nel cibo proprio perché, causa lo scarso movimento, ha la tendenza ad ingrassare.

Fonte: Corriere della Sera, 23/12/2005

Il barbone, un super cane per intelligenza e amicizia

È il cane dell’allegria e dell’amicizia autentica. Capace di riempire e render vivace anche la più noiosa delle giornate, è amico dei bambini, con cui gioca volentieri, compagno prezioso per gli anziani e un rimedio sicuro alla solitudine. Darwin diceva che il Barbone ha «più dei suoi confratelli qualcosa che somiglia molto a una coscienza».
La sua patria è la Francia, anche se i primi esemplari furono allevati dai Berberi e giunsero in Europa portati dai Mori nel 711 durante l’invasione della Spagna. Nel 1600 compare in dipinti di Goya, Rembrandt, Botticelli e Pinturicchio.
Utilizzato per la caccia, era inizialmente addestrato anche per la guida dei ciechi e considerato superlativo nel nuoto e per il recupero delle anatre ferite.
Intelligentissimo, apprende rapidamente l’esecuzione degli esercizi ed i comandi impartitigli e non è raro vederlo andare in edicola a prendere il quotidiano.
Gli si parli a lungo: capirà il significato di molte parole e soprattutto i gesti della mano e lascerà stupefatti da come ascolterà le diverse voci di quanti stanno conversando, quasi volesse prender parte alla discussione.
Proprio perché molto sensibile, ha bisogno di persone che lo amino e si prendano cura di lui. Anche per questo soffre molto la solitudine: ha bisogno della costante vicinanza delle persone ed è preferibile non lasciarlo solo per le vacanze.
Le diverse varietà sono suddivise per taglie: la grande va da 46 a 58 centimetri, la media da 436 a 45, la nana da 28 a 35 e infine la Toy di 28 centimetri
Ha un olfatto prodigioso: con 160 milioni di cellule, trenta volte più dell’uomo, riesce a percepire anche la traccia più labile.
Golosissimo, dev’essere tenuto costantemente a dieta.
Non fategli indossare quei buffi cappottini o i collari con finti strass che lo rendono cane da circo.
E se non dovete presentarlo ad esposizioni, limitate o evitate del tutto la toelettatura: vi accorgerete che ha un mantello tutto riccioli. Bellissimo.

Fonte: Corriere della Sera, 10/12/2005

Il Chow chow, dall’Oriente ai salotti delle case dei milanesi

Avanza senza mai strattonare il guinzaglio convinto che tutti gli cedano il passo. Perché è proprio sicuro d’essere un cane… da rispettare. Ed è vero. Stiamo parlando del Chow chow. Simile ad un imbronciato leoncino, induce a guardarlo con curiosità. La lingua è color viola: è l’unico al mondo ad averla così e costituisce anche una originale carta di identità. Tra i Chow Chow vi sono esemplari neri, rossi, blu metallico, fulvo, crema e bianco. Se ha colore diverso il cane non è di razza. Il colore non ha alcuna influenza sul carattere. Il mantello dev’essere con pelo abbondante, folto, dritto e, se a pelo corto, la pelliccia è compatta. La toelettatura consiste in qualche colpo di spazzola ogni giorno. Gli occhi, seminascosti dal pelo, sembrano scure capocchie di spillo. Ha la tendenza ad ingrassare e dev’essere mantenuto a regime.
La sua storia è suggestiva e costellata di leggende ed episodi crudeli. E’ originario della Cina, dove viene addestrato ancor oggi come cane da guardia e da caccia, da pastore e da slitta e infine allevato per la pelliccia e la carne. In Oriente esistono ancora specialisti che allevano e selezionano i cani per ottenere pelli particolari, preferite da chi confeziona le pellicce e i colbacchi in Europa.
I primi Chow chow furono importati in Inghilterra nel 1780 ma solo ai primi del Novecento cominciarono ad essere conosciuti in Europa e nel primo dopoguerra a Milano. Possiede infatti un buon carattere e l’indole da autentico guardiano.
In casa si rivela un autentico individualista. Se ne sta tranquillo e solitario ma nulla gli sfugge.
Se vive in appartamento necessita di una spaziosa branda su cui si sdraia volentieri ed è lì che trasporterà tutti i suoi giocattoli; dimostra inoltre una spiccata predilezione per i bambini.
Ai giardini lo si lasci libero negli appositi spazi sorvegliandolo: alcuni esemplari ed in particolare i maschi, si dimostrano litigiosi.

Fonte: Corriere della Sera, 2/12/2005

Lo Schnauzer nano, così dolce e prepotente da diventare l’amico più fidato e affettuoso

Foto di Stefano Baroni da Pixabay

L’aspetto gli fa torto perché la lunga barba, le folte sopracciglia che nascondono gli occhi e i baffoni spioventi gli danno un aspetto severo, di cane temibile. E invece no: è il cane più dolce del mondo. Naturalmente con il padrone. Gli vorrebbe sempre star vicino quasicché la lontananza lo rendesse indifeso, tanto che verso gli estranei manifesta notevole diffidenza. Forse perché è il più piccolo nella famiglia degli Schnauzer, terribili cani da guardia già nel 1300 allevati per custodire ville e abitazioni o seguire le carrozze (hanno una notevole simpatia per i cavalli) e difenderle dai briganti. Ma questi sono gli Schnauzer giganti, autentici colossi o i medi, temibili. Lui, il nano, no. È completamente diverso, si considera il buono di famiglia. Non più alto di 35 centimetri, ha pelo corto e ruvido nero oppure pepe e sale o bianco. Dal 1976 esiste anche il nero argento.
In casa si sente il migliore o il più importante. Pretende quindi attenzioni, coccole, cibo in abbondanza e un posto, possibilmente sul letto o su un cuscino a terra ma comunque nella stanza del padrone. Se non ottiene ciò che vuole abbaia con insistenza per imporre la sua volontà. È il cane ideale per chi vive solo, per i bambini e per gli anziani che avranno un compagno di passeggiate mai propenso a tirare il guinzaglio per allontanarsi. Lasciato libero non si allontanerà né cederà alle lusinghe di altri cani.
È goloso fino all’inverosimile e occorre metterlo costantemente a dieta: tre pasti al giorno fino a un anno, due in seguito e ciascuno di metà porzione. Unico inconveniente la toelettatura: almeno ogni sei mesi occorrono interventi per strappare i peli superflui sul corpo lasciando intatti barba e pelliccia sulle zampe. Per l’acquisto il solito consiglio dettato da buonsenso ed esperienza: meglio comperare da un allevatore italiano che abbia conseguito ottimi risultati in esposizioni cinofile: può darsi si spenda qualche euro in più ma sempre meglio che risparmiare e pentirsene poi ogni giorno per tanti anni.

Fonte: Corriere della Sera

Il cocker nato come cacciatore si è trasformato in un peluche di famiglia

Foto di John French da Pixabay

Lo guardi e se v’incontrate con gli occhi ti vien voglia d’abbracciarlo. Perché il Cocker spaniel è il cane dell’affetto. Tutto in lui invita alla dolcezza. Dagli occhioni che paiono grondare amicizia verso tutti alle orecchie così lunghe da confondersi, quando mangia, con il cibo della ciotola o bagnarsi ogni volta che beve. Il pelo, moderatamente ondulato, si sviluppa in frange sulle zampe e nella coda che solitamente è amputata a pochi giorni dalla nascita. Le tinte del mantello, tutte suggestive, sono miele, nero oppure tricolore cioè con macchie bianche, nere e beige.
Inventato dagli Inglesi per cercar le beccacce nel bosco, pur rivelandosi eccelso esploratore di siepi e intrichi di rovi, divenne presto, per carattere e aspetto, compagno ideale e conquistò subito le abitazioni. Deriva dal grande ceppo degli Spaniel (il nome secondo alcuni denoterebbe l’antica origine nella Penisola Iberica) e fu subito apprezzato dagli Inglesi tre secoli fa quando cominciò a diffondersi non solo per le caratteristiche venatorie ma anche per l’affetto verso le persone. Ed i Milanesi lo confermano oramai da oltre un secolo continuando a spalancare al cocker la propria casa.
Entra in casa che sembra proprio un batuffolo caldo. Cerca tenerezza e l’esser preso in braccio gli dà il massimo della felicità tant’è vero che dopo aver dato una leccata al viso per ringraziare subito si addormenta.
In breve conquista tutti e si considera un membro della famiglia pretendendo il suo posto accanto al tavolo, sull’auto, nella casa dove però vorrà sempre stare accanto a qualcuno. Se in famiglia ci sono bambini ne diventerà complice e non tentate di punire il piccolo perché il cocker si intrometterà a cercar di difenderlo. Come si usa nei sodalizi tra monelli veri. Con le bambine si presta a far da bambola con tutta la pazienza che questo comporta. Con gli anziani è particolarmente dolce, continuamente affettuoso. Non tirerà il guinzaglio né si allontanerà se lasciato libero. La femmina ha corporatura più minuta ed è ancor più affettuosa.

Fonte: Corriere della Sera

Chihuahua, il cane bonsai affettuoso ma cuor di leone

I milanesi non son gente da mezze misure. Almeno in cinofilia. Preferiscono i cani gigante, dal Terranova all’Alano e stravedono per i minuscoli quattrozampe compreso il Chihuahua che pesa poco più d’un chilo ed è alto una spanna. Così sui marciapiedi è frequente si creino originalissime e casuali vicinanze fra i cosiddetti cani da guardia, difesa ed utilità e quelli da compagnia, fra cui primeggia appunto il cane più piccolo del mondo. Il nome deriva da una minuscola provincia del Messico, Paese a cui si fa riferimento per la razza importata in Europa soltanto sul finire del 1800. Alto non più d’una spanna ha cuore indomito e voce baritonale. A vederlo camminare al guinzaglio fa un po’ tenerezza con quel suo andare tutto sussiegoso come avesse il privilegio di guardare il mondo dal basso in alto. Pesante da un chilo e 200 grammi (quanto quattro pesche o cinque banane medie) a due chili, alto non meno di 16 centimetri, quanto misurano due pacchetti di sigarette messi uno sull’altro, e non più di 22, era considerato nella sua patria d’origine guardiano… dalle orecchie finissime. Ed infatti aveva lo scopo di abbaiare, ad ogni rumore sospetto, e svegliare i grandi mastini più efficaci come guardiani ma deboli di udito.
Il carattere ne fa un protagonista. In casa pretende il proprio spazio e se lo conquista abbaiando e protestando in continuazione. Si sente membro della famiglia e come tale si comporta. Vuole il proprio spazio, i suoi giocattoli di cui è geloso. Pretende mille attenzioni e quando ritiene d’esser trascurato fa udire quella sua voce un po’ sgraziata ma che strazia i timpani.
E’ un cane dagli affetti esclusivi. E proprio questo lo fa guardiano attentissimo. Migliore di un antifurto a sirena nel dare l’allarme. Mangia pochissimo: un pizzico di carne ed altrettanto di riso per due pasti al giorno. E’ goloso e mezzo biscotto lo rende felice. Mal sopporta gli altri cani e non esita ad abbaiare persino ai colossi a quattro zampe. Ed anche questa è una caratteristica del chihuahua dal cuor di leone.

Fonte: Corriere della Sera