Perché avere un gatto?

Foto di JacLou DL da Pixabay

Un gatto, per le ridotte dimensioni, è sicuramente meno costoso da mantenere rispetto ad un cane, ma il fattore economico non è comunque da sottovalutare: alimentare un gatto adeguatamente costa, le spese veterinarie di routine (vaccini, profilassi della filaria, antiparassitari, vermifughi) sono parecchie e quelle extra sono da preventivare.

Inoltre se il gatto è di razza c’è la spesa iniziale per l’acquisto del cucciolo a cui far fronte.

Non si può prendere un gatto e sperare che non gli succeda mai nulla o rischiare e non fare le opportune prevenzioni: valutate attentamente anche questo aspetto!

Sebbene la maggior parte delle persone lo accusi di essere un profittatore, un solitario indipendente che asseconda l’uomo solo per ottenere cibo, il gatto rimane uno dei nostri pet preferiti. Perchè?

In fondo il gatto sembra non avere nessun compito preciso: non fa la guardia, non segnala droga, non guida i ciechi,… eppure è il beniamino di milioni di famiglie. Perchè?

Difficilmente chi non ha mai avuto un gatto potrà capire le ragioni di tale adorazione. Il gatto ti strega, ti ammalia: non c’è nessuna spiegazione razionale per questo… è solo un fatto di cuore! Il gatto è una compagnia discreta e silenziosa, una presenza affascinate e misteriosa.

Perché avere un gatto: le ragioni

Ma, anche il gatto, non è certo un pet adatto a tutti, quindi prima di portarvi a casa un micio leggete attentamente queste pagine e cercate di capire se voi ed il vostro stile di vita siete compatibili con un gatto.

Sebbene i gatti, in passato, siano stati utili nello scacciare i topi, oggi non si può certo dire che i mici domestici siano preferiti agli altri pet per questa loro attitudine.

Senza dubbio l’unica vera funzione che svolgono nelle nostre case è quella tipica degli animali d’affezione: fanno compagnia!

Il gatto, sotto molti punti di vista, è un compagno perfetto: pulito, piccolo, silenzioso, affettuoso e poco impegnativo. E’ un’animale elegante e aggraziato: guardarlo mentre compie le sue strampalate acrobazie per la casa da un immediato senso di leggerezza e armonia, per un attimo siamo proiettati nella natura, nella sua perfezione… pur rimanendo seduti sul divano di casa!

Il gatto è l’animale perfetto per chi ama stare a casa, rilassarsi sul divano col proprio pet a fianco, per chi, quando fuori c’è il diluvio, non ha voglia di dover uscire a far passeggiare il cane, per chi non ha il carattere per imporre gerarchie, per chi ama le cose belle, per chi vuole tra le mura domestiche un pezzo di quella natura che tanto ci attrae, ma che è sempre più lontana dalla nostra quotidianità.

Il gatto è un compagno alla pari, un animale nobile e fiero: dovrete conquistarlo! Ma non sarà certo il cibo a portarvi il suo affetto, no, il gatto deve essere capito, deve essere amato, deve essere rispettato. Il gatto non vi ama solo perchè siete i suoi padroni, ne perchè lo nutrite: per farvi amare dal vostro gatto dovrete essere capaci di instaurare quel feeling speciale che si crea tra un micio ed il suo umano, quel feeling che chi dipinge i gatti come opportunisti non è mai stato capace di ottenere.

Qui non troverete formule magiche per conquistare il vostro gatto: non ne esistono, ma forse imparare a conoscerlo meglio e a capirlo vi potrà aiutare… anche se alla fine, si sa, sarà comunque il gatto a decidere se vi vuole o no.

Acquistata fiducia, ogni gatto manifesta il proprio affetto a suo modo: quelli più appiccicosi chiederanno sempre di stare in braccio o di dormire su di voi quando guardate la tele sul divano o di dormire con voi, quelli più *distaccati* vi seguiranno in ogni stanza e vi staranno sempre vicino, ma senza voler stare a diretto contatto: si acciambelleranno sul divano, ma qualche posto più in là o staranno seduti su una sedia mentre cucinate, chiedendo di essere accarezzati solo in alcuni momenti. Insomma ogni gatto farà sentire la propria presenza a modo suo e in ogni caso sarà una presenza di cui non riuscirete più a fare a meno.

In ogni caso, sappiate sin da subito che se c’è un modo per non conquistare un gatto è quello di costringerlo a fare qualcosa che non vuole fare. I gatti vanno convinti, mai obbligati. Nessun animale come il gatto vuole essere rispettato: è il rispetto la chiave del successo! Quindi, per esempio, non obbligatelo a stare in braccio se la cosa lo infastidisce.

Quanto costa un gatto?

Un gatto, per le ridotte dimensioni, è sicuramente meno costoso da mantenere rispetto ad un cane, ma il fattore economico non è comunque da sottovalutare: alimentare un gatto adeguatamente costa, le spese veterinarie di routine (vaccini, profilassi della filaria, antiparassitari, vermifughi) sono parecchie e quelle extra sono da preventivare.

Inoltre se il gatto è di razza c’è la spesa iniziale per l’acquisto del cucciolo a cui far fronte.

Non si può prendere un gatto e sperare che non gli succeda mai nulla o rischiare e non fare le opportune prevenzioni: valutate attentamente anche questo aspetto!

Uno degli indubbi vantaggi dello scegliere un gatto come pet è che è un animale che sopporta bene la solitudinee, dato che trascorriamo sempre più ore fuori casa per lavoro, sapere che il nostro micio a casa non ne soffre è per noi un gran sollievo.

Tuttavia questo non significa certo che il gatto può essere abbandonato a se stesso per tutta la giornata per avere un po’ di compagnia solo la sera. Se i vostri impegni vi obbligano a rimanere fuori casa per molte ore è necessario che prendiate dei provvedimenti. La soluzione più valida è indubbiamente quella di prendere due gatti, invece che uno.

L’impegno richiesto da una coppia di mici non è poi molto diverso di quello necessario per accudirne uno. L’unica vera differenza è il raddoppio dei prezzi, ma, almeno per l’alimentazione, si può compensare in parte acquistando le confezioni di mangime più grandi (che in proporzione costano meno di quelle più piccole).

Se proprio non potete prendere due gatti allora dovrete dedicare al vostro micio più tempo quando tornate a casa: dovete farlo giocare e riservargli più attenzioni o potrebbe decidere di coinvolgervi in qualche gioco notturno!

Accudire un gatto non necessita comunque di molto tempo: qualche minuto per nutrirlo, pulire la cassetta dei bisogni e per spazzolarlo se è a pelo lungo. Il resto del tempo ci si può godere il proprio micio facendolo giocare e coccolandolo (se gradisce la cosa).

Ovviamente la vita con un gatto ci obbliga a delle rinunce e a dei compromessi: ognuno dovrà quindi valutare se il gioco vale la candela. Se per qualcuno l’affetto e la simpatia di un gatto possono ben valere qualche pelo per casa, una cassetta da pulire diverse volte al giorno, il divano graffiato e gli attentati alle tende beh allora non gli resta che trovare il suo micio, ma chi non è disposto a rinunciare alla casa perfetta è meglio che trovi un’altro pet!

Di solito i gatti non sono particolarmente distruttivi e dopo i primi mesi di convivenza gli si riesce ad insegnare cosa gli è consentito e cosa no, ma rimane pur sempre un gatto: non aspettatevi una cieca obbedienza, qualche sgarro non mancherà!

Non adagiatevi sull’idea che il gatto del vostro vicino è un bonaccione che pisola tutto il giorno e non ha mai graffiato la poltrona: il vostro potrebbe non essere altrettanto tranquillo! E’ una cosa che dovete mettere in conto perchè un gatto non è un giocattolo, ne un elettrodomestico in prova da restituire se non ci soddisfa al 100%. Il gatto una volta adottato dovrà rimanere con noi per i prossimi 16 anni (o forse più): dovremo sopportare il suo carattere per tantissimo tempo!

Adottare un gatto adulto di sicuro ci facilita: possiamo vedere subito se è tranquillo o no e scegliere di conseguenza. Il gattino invece è un’incognita perchè è difficile prevedere come si comporterà da adulto: quello che ora vi sembra un batuffolo sonnacchioso tra qualche mese potrebbe diventare una mini tigre 😉 I gattini sono inoltre più vivaci e distruttivi e ci vuole più tempo e pazienza per insegnargli cosa può fare e cosa no.

I gatti, anche i più paciosi, sono abili scalatori e a volte possono, urtandoli, fare cadere qualche soprammobile: se tenete troppo ai vostri vasi forse i gatti non fanno per voi.

E’ risaputo che i felini, e i mici non sono da meno, sono animali molto puliti che trascorrono parecchie ore a lisciarsi il mantello, ma nonostante questo divani, vestiti, sedie e letti saranno decorati da qualche pelo e quella contro i peli è una battaglia persa in partenza! Ovviamente il pelo perso non è tantissimo, non vedrete certo interi ciuffi svolazzare per casa, ma a qualcuno basta molto meno per essere infastidito.

Infine i bisogni: se non volete che la lettiera faccia cattivo odore dovrete impegnarvi a pulirla almeno un paio di volte tutti i giorni, con maggiore frequenza se avete più di un gatto, e regolarmente cambiare tutta la sabbia.

Tutti i gatti, se educati a farlo, usano la lettiera, ma se ci sono dei problemi, se il micio è stressato o preoccupato o ammalato può manifestare il proprio disagio facendo i propri bisogni fuori dalla lettiera: ci vuole pazienza e con l’aiuto del veterinario dovrete impegnarvi a capire qual è il problema per aiutare il vostro gatto a superarlo.

Non scordiamo le vacanze! Pensateci sin da ora: quando tra qualche mese dovrete andare in vacanza come farete col gatto? Molti alberghi non accettano animali, chi li accetta chiede cifre esorbitanti per la disinfestazione (come se i nostri animali domestici causassero chissà quali terrificanti malattie). Il nostro gatto poi potrebbe non amare viaggiare in macchina o addirittura star male. Sugli aerei dovrete pagare il biglietto anche per il micio. Siete disposti a sopportare tutto questo?

Ghepardo: scopriamo da vicino il felino predatore

Foto di Ben Kerckx da Pixabay

Nell’immensa savana arsa, un’acacia solitaria è il punto di riferimento scelto per incontrare il ghepardo. Quando una femmina di ghepardo con i piccoli si installa nella pianura popolata di gazzelle, di solito colloca il suo covo, giorno dopo giorno e notte dopo notte, nello stesso luogo. I movimenti delle prede faranno cambiare di sede la femmina di ghepardo ma finché le condizioni della caccia saranno propizie, il ghepardo resterà fedele alla sua posta e ai suoi punti di osservazione. Alcuni naturalisti hanno osservato per tre giorni una bella femmina di ghepardo con due piccoli di tre mesi; è già stata vista uccidere una preda e mancarne un’altra. Alle sette del mattino i naturalisti si sono avvicinati ancora una volta fino a 50 metri dalla veloce cacciatrice. I due piccoli di ghepardo – di colore molto più chiaro della madre, di toni più grigiastri che dorati e con un lungo pelame sul collo e sul dorso – si inseguono e giocherellano con uno sfoggio straordinario di energie fisiche. Al gioco prende parte, ma quasi di malavoglia, la femmina di ghepardo, che si lascia mordicchiare sul collo, si stende zampe all’aria, abbatte i piccoli con una zampata e li lecca poi, con amorosa lentezza, sul muso e sulle orecchie. La famiglia di ghepardi dà un’impressione di felicità invidiabile. Gli animali paiono perfettamente adattati all’ambiente; il ghepardo vive senza ansie, senza fretta apparente, al centro di una savana in cui pascolano di giorno centinaia di gazzelle di Thomson. Verso le otto e mezzo del mattino i due piccoli ghepardi si accovacciano accanto alla madre, stanchi delle loro corse. Un gruppo di cinque gazzelle, che dall’interno della pianura si dirigono verso il fiume, passa a circa trecento metri dai ghepardi. La mamma ghepardo si alza, per la prima volta da quando i naturalisti stanno osservando la scena. Il ghepardoesamina distrattamente le gazzelle per qualche secondo e poi si stira, con un movimento simile a quello di un levriero. In verità, se non fosse per la testa corta e tozza, per la pelliccia dorata con macchie tonde e nere e per la coda relativamente grossa e anellata, si potrebbe pensare di aver davanti un solido e potente veltro. Il petto profondo, le zampe lunghe, il collo inarcato, la muscolatura lombare elastica e ben sviluppata, il passo apparentemente pigro, ricordano perfettamente un grosso cane longilineo mascherato da gatto. E indubbiamente ci si trova di fronte a un Felide portato a una tecnica di caccia del tutto opposta a quella di tutti gli altri. Invece di strisciare nel sottobosco per avvicinarsi fino a pochi metri dalla preda, balzarle addosso e afferrarla con gli unghioni, come fanno il leopardo, il giaguaro e la lince, il ghepardo corre apertamente sulla pianura per raggiungere le sue veloci vittime come un levriero insegue la lepre. Su brevi distanze il ghepardo è più veloce di qualsiasi cane, ma dopo quattro o cinquecento metri è stanco e deve stendersi a riposare. Al ghepardo, un corridore dal petto profondo, che contiene ampi polmoni e cuore possente, dalle zampe lunghe e vigorose che permettono di raggiungere in pochi istanti la massima velocità, e dalla colonna vertebrale flessibile con forte muscolatura lombare che ben regola e ammortizza l’azione degli arti, poco servirebbero le unghie falciformi, affilate e retrattili tipiche dei Felidi classici. In effetti, se tenute nascoste nella corsa per evitarne il logorio, mancherebbe alle zampe del l’appoggio migliore per la falcata, se tenute protese invece si consumerebbero presto, risultando inutili come armi da caccia. Le unghie del ghepardo, che lo distinguono nettamente dagli altri appartenenti alla famiglia, sono ottuse, forti e non retrattili, come quelle dei cani. Mentre i piccoli di ghepardo sbadigliano all’ombra dell’acacia, la mamma ghepardo studia i gruppi di gazzelle che pascolano i germogli di erba tenera sulla savana. Il binocolo permette di scrutare da vicino i grandi occhi color arancio del ghepardo. L’espressione è di infinita nostalgia. Le due righe nere molto marcate che come lagrime scendono dall’ angolo interno degli occhi fino all’angolo della bocca gli conferiscono un’aria malinconica. Ma qualcosa suscita una viva impressione nel ghepardo che scruta la pianura di sotto l’ombra dell’acacia: è la carica di energia potenziale del suo sguardo. Quando i falchi o le aquile inchiodano gli occhi sulle prede animali par quasi si percepisca il loro acume visivo. L’attività cerebrale preposta alla vista si rivela nello scintillio della pupilla, nella chiarezza della cornea. Questo particolare, appunto, sorprende nel ghepardo. Lo si vede studiare le prede animali, esaminarle millimetro per millimetro, valutare dai loro movimenti, dal piglio o dall’aspetto, la facilità o difficoltà della cattura. Alle nove e mezzo della mattina il ghepardo si erge e avanza di qualche passo, a testa bassa, gli arti semiflessi verso alcune gazzelle che pascolano a circa trecento metri dall’acacia. Il vento non gli è favorevole, spira dalla fiera verso gli erbivori. Ma il ghepardo non sembra preoccuparsi di questo fatto e comincia l’agguato. Passo a passo, con atteggiamenti intensamente plastici, il ghepardo si va avvicinando alle gazzelle. Non appena una alza la testa, il ghepardo si ferma, immobile nell’atteggiamento in cui l’ha sorpreso lo sguardo della preda. Il ghepardoresta qualche secondo con la zampa sospesa e piegata, come un cane che punti, col muso rivolto alla gazzella. Ma appena il piccolo erbivoro ricomincia a pascolare, il ghepardo continua la sua implacabile marcia d’avvicinamento, cercando di nascondersi dietro ogni rado ciuffo d’erba gialla risparmiato dal fuoco. E’ come se un filo invisibile unisse la testa del Felide al corpo della gazzella, come se lo sguardo del cacciatore si fosse trasformato in una linea di forza che lo attira inesorabilmente verso la vittima prescelta. Per percorrere venticinque metri impiega un quarto d’ora, e ogni movimento delle prede animali lo blocca. Il vento sta per rivelare la presenza del ghepardo: il suo sforzo, lo splendido saggio di caccia all’agguato non serviranno a nulla. Una femmina adulta di gazzella alza la testa dal pascolo e lancia un’occhiata al ghepardo. Tutti nel branco la imitano. Restano immobili per diversi secondi. Poi, tranquillamente, senza dare troppa importanza al ghepardo che si trova ormai a meno di duecento metri, trottano sulla terra bruciata e si fermano a pascolare un po’ più lontano. Il ghepardo si accovaccia, la tensione scompare. Rivoltolatasi sulla schiena, come se non fosse accaduto nulla, il ghepardo torna indietro e si riunisce ai piccoli. Alle dieci del mattino il ghepardo osserva di nuovo le gazzelle che avanzano verso il fiume, nella stessa direzione del vento. Nel branco di gazzelle di Thomson ce n’è una che zoppica dalla zampa anteriore destra. Il ghepardoabbandona il suo atteggiamento indolente, volta la testa, ancora coricata su un fianco, e fissa gli occhi sulla gazzella zoppa. Con meno precauzioni che nell’agguato precedente, avanza di circa venticinque metri verso il piccolo branco, e si corica ventre a terra fra le erbe secche e corte. La distanza che la separa dalle gazzelle avanzanti verso il fiume è di trecento metri circa. Il gruppo di gazzelle procede senza accorgersi del ghepardo. La gazzella zoppica visibilmente. Quando passa davanti al ghepardo, la distanza è di duecento-duecentocinquanta metri. Il ghepardo si mette in corsa. E’ dapprima un trotto, che va accelerando gradatamente fino a trasformarsi in quello che si potrebbe definire un galoppo spiegato. Sembra però che il corridore non s’impegni a fondo. Le gazzelle lo scoprono quando si trova ormai a meno di cento metri, forse a settantacinque. Di scatto partono in direzione opposta. L’animale zoppo non presenta alcun segno di inferiorità nella corsa e si mantiene alla sinistra del gruppo, davanti a un maschio di gazzella. Ma il ghepardo punta direttamente quell’esemplare, e la sua velocità che ha raggiunto il massimo è impressionante. La breve distanza che lo separa dalla gazzella diminuisce: la velocità del ghepardo è superiore almeno di un terzo a quella della gazzella zoppa. All’ultimo istante la gazzella compie un brusco scarto a sinistra, seguita al millimetro dal ghepardo, poi gira nuovamente a destra e il ghepardo le balza addosso. In una nube di polvere il ghepardo squilibra la gazzella con un colpo della zampa anteriore destra, mentre alza la lunga coda che ondeggia nell’aria. La gazzella rotola a terra, si rialza, corre per altri quindici o venti metri. Abbattuta di nuovo, la gazzella sgambetta a terra mentre il ghepardo le pianta i denti nella gola. Steso sul ventre, il ghepardo tiene la gazzella addentata alla gola e ansima affannosamente espirando l’aria per il naso e la bocca. La vittima si muove appena, ma continua a tenerla per il collo, senza cambiar posizione, per sette o otto minuti circa. I piccoli di ghepardo, arrivati di corsa non appena la madre ghepardo ha abbattuto la gazzella, cominciano subito a morderla, quasi con più voglia di giocare che di mangiare. La mamma ghepardo si rizza. Il suo vasto petto è profondamente scosso dal respiro agitato. Uno dei piccoli di ghepardo morde la gazzella alla gola, dove l’aveva morsa la madre, la scuote un poco e la lascia andare. Il ghepardo riprende la preda, mordendola nuovamente sul collo, e la va trascinando verso un isolotto di erba gialla, che spicca sulla pianura bruciata, nei pressi dell’acacia. Mentre trascina la gazzella con evidente fatica, i piccoli lo seguono festosamente e uno si attacca al corpo della preda abbattuta. Tre volte il ghepardo riposa, depositando a terra il bottino. Giunto finalmente alla zona erbosa, il ghepardo depone la gazzella e si stende a qualche metro di distanza, mentre i due piccoli cominciano a mordicchiarla sulla parte posteriore e laterale del ventre, all’attaccatura delle cosce. Il ghepardo riposa per un quarto d’ora, ansimando, con la bocca aperta. Poi dà inizio al pasto, come se avesse molta fretta, alzando di tanto in tanto la testa a guardare verso il fiume, dove di solito vi sono i leoni. Uno vicino all’altro, i tre Carnivori, coricati, dilaniano i muscoli addominali e mangiano le parti molli posteriori. I ghepardi non toccano il ventre né gli intestini, ma divorano il fegato e altri visceri e bevono il sangue. Di tanto in tanto riposano e cambiano posizione. La mamma ghepardo continua ad ansimare, col muso insanguinato, anche se non fa molto caldo. I piccoli di ghepardo non hanno mai dato l’impressione d’essere affamati: mangiano indolentemente. Quando la madre ghepardo ha finito si alza e comincia a coprire quello che resta della gazzella con paglia e con terra. Ma l’operazione è molto sommaria, sembra più un gesto stereotipo che un’azione compiuta con finalità pratiche. Alle undici meno un quarto i tre ghepardi abbandonano il banchetto e si dirigono verso la loro acacia. Hanno lasciato circa un terzo della gazzella, compresa la testa che non hanno toccato assolutamente, il collo, un quarto anteriore, la pelle, gli intestini e le ossa. Due sciacalli e una dozzina di avvoltoi divorano avidamente i resti, mentre i ghepardi riposano all’ombra dell’acacia solitaria. Il sole comincia a bruciare, la visione dei branchi di gazzelle si dissolve nella canicola sulla nera prateria. I magnati persiani del Medio Evo spendevano somme favolose per catturare e addomesticare il ghepardo, all’unico scopo di poter contemplare uno spettacolo simile a quello qui descritto, forse il più appassionante fra quelli offerti dal mondo degli animali: il confronto supremo fra i due campioni assoluti di velocità pura fra i Mammiferi, il ghepardo e la gazzella.

Lettiera per gatti: qual è la migliore e come scegliere la sabbia

Foto di Manfred Antranias Zimmer da Pixabay

Sebbene vi sia qualcuno che riesce ad insegnare al proprio gatto a servirsi del water, più comunemente ci accontentiamo che il micio di casa si serva della lettiera per i suoi bisogni.

I gatti che hanno accesso all’esterno a volte preferscono usare il giardino e, potendo scegliere, andrannno sempre fuori a sporcare; ma è anche vero che ci sono gatti che, al contrario, preferiscono usare comunque la lettiera.

Le due principali tipologie di lettiere che possiamo trovare sono quella aperta e quella chiusa

La lettiera aperta sarà bene sceglierla con i bordi piuttosto alti, in modo da evitare che si riversi sul pavimento troppa sabbia quando il micio scava. 

La lettiera chiusa, di solito, è provvista di filtri che dovrebbero rendere più respirabile l’aria della lettiera che, essendo chiusa, ha un ricambio d’aria minore.

Quale delle due comprare? Non esiste la migliore, ancora una volta sarà il vostro gatto a scegliere!

Di solito la lettiera aperta viene tranquillamente utilizzata da tutti i mici ed è anche la più diffusa, ma ci sono gatti che si rifiutano di fare i propri bisogni così in vista e preferiscono la lettiera chiusa, che, viceversa, non è molto amata da altri gatti.

Se avete più di un gatto può darsi che tutti si accontentino di un’unica lettiera che però dovrà essere pulita molto frequentemente o rischierete di trovare qualche spiacevole ricordino in giro per casa: se un micio trova la lettiera troppo sporca potrebbe decidere di fare i propri bisogni altrove. 

Ma alcuni gatti preferiscono avere una lettiera “personale”: quindi se nonostante facciate sempre attenzione a mantenere pulita la sabbia, uno dei vostri mici si rifiuta di usarla potrebbe essere questa la ragione: prendete un’altra lettiera così che ogni micio abbia la propria.

Un’ultima nota sul posizionamento della lettiera: collocatela in un posto tranquillo, non di passaggio, dove il micio non venga disturbato e che sia lontano dalle ciotole dell’acqua e del cibo: i gatti non amano mangiare vicino a dove sporcano.

La scelta della sabbia è molto soggettiva e probabilmente troverete quella che vi soddisfa solo dopo averne provata qualcuna. Però almeno un’orientamento generale è possibile darlo.

Agglomerante o no? Dipenderà dalle vostre esigenze: la sabbia che “fa la palla” permette di rimuovere agevolmente la parte di sabbia sporca lasciando nella lettiera quella rimasta pulita. Ma se abbiamo intenzione di gettare ogni volta tutta la sabbia della lettiera possiamo accontentarci anche di una sabbia non agglomerante.

La sabbia non deve avere granelli troppo grossi che potrebbero dare fastidio ai polpastrelli del gatto socraggiandolo ad usare la lettiera, ma non deve nemmeno essere troppo fine o avremo la casa piena di una fastidiosissima sabbiolina polverosa.

A seconda poi dalla qualità dalla sabbia questa tratterrà o meno gli odori. A questo proposito si trovano in commercio anche dei “deodoranti per sabbia“: sono dei granuli profumati che vanno mischiati con la sabbia e che, ancora una volta a seconda della qualità, maschereranno più o meno bene l’odore delle sabbia sporca.

Scelta la sabbia giusta e, eventualmente, il deodorante giusto, l’unico modo per ridurre al minimo l’odore è quello di pulire spesso la sabbia e , quando è il caso, cambiarla completamente, anche se è di quella agglomerante e pulire spesso la lettiera con acqua e prodotti disinfettanti.

Come svezzare un gattino orfano

Foto di Antonio Doumas da Pixabay

Spesso capita, purtroppo, di dover aiutare dei gattini rimasti orfani proprio quando avevano ancora un assoluto bisogno della mamma.

I gattini appena nati sono assolutamente inermi e dipendono in tutto e per tutto da mamma gatta: non solo per il mangiare, ma anche per la pulizia, per la termoregolazione, per riuscire a fare i propri bisogni, insomma davvero per tutto!

E’ per questo che occuparsi di gattini così piccoli richiede un certo impegno e la conoscenza di alcune semplici nozioni base che consentono il più delle volte di salvare gli sfortunati micetti.

Ovviamente l’aiuto del veterinario è INDISPENSABILE perchè, tra le altre cose, la mamma gatta trasmette ai gattini, con il primo latte (il colostro), gli anticorpi. Se i gattini non ricevono queste difese sono esposti a qualunque malattia che, per un micio così piccolo, può essere fatale.

L’intervento del veterinario deve essere immediato se il gattino mangia pochissimo o non mangia e continua a miagolare

La cuccia

Il primo problema da risolvere è quello della temperatura: i gattini per le prime 2 settimane di vita non riescono a regolare da soli la temperatura corporea, infatti di solito è la mamma che stando loro vicina li riscalda.

Procuriamoci scatola piuttosto piccola, in modo che i micini stiano vicini, ma con i bordi abbastanza alti così da evitare che possano uscire. Sul fondo della scatola mettiamo una traversina, di quelle con una faccia plastificata e l’altra assorbente: sul lato assorbente appoggeremo i gattini che si manterranno così asciutti e la plastica dall’altro lato manterrà asciutta la scatola.

Se non abbiamo a disposizione le traversine possiamo provvisoriamente ricoprire il fondo con un po’ di carta assorbente o con un asciugamano, in modo che assorbano e non facciano bagnare la scatola, e, sopra questi, un panno di pail su cui sistemare i gattini. Meglio evitare la lana che può causare irritazione e che comunque non riesce a riscaldare adeguatamente i mici.

E’ importante mantenere ben pulita la “cuccia”, quindi quando la traversina (o il panno di cotone e l’asciugamano) è sporca o bagnata cambiamola.

E’ fondamentale mettere accanto ai micini una fonte di calore, senza la quale non potrebbero sopravvivere!

Perfette le lampade a raggi infrarossi o, in alternativa, quelle alogene: posizioniamole in direzione dei gattini alla giusta distanza: facciamo una prova con la mano, mettiamola dove ci sono i mici: dobbiamo sentire il calore, ma senza scottarci.

Se non abbiamo a casa una lampada adatta usiamo una borsa d’acqua calda o, in alternativa, riempiamo di acqua calda una bottiglia di plastica, avvolgiamola con un panno di cotone o con una spugna, o, meglio, infiliamola in un calzettone, e posizioniamola nella scatola, contro una parete: i micini istintivamente si avvicineranno.

E’ importante però cambiare spesso l’acqua della bottiglia perchè dobbiamo mantenerla calda: ogni due o tre ore.

Assolutamente vietato, invece, metterli vicino ad un termosifone o ad una stufa: seccano troppo l’aria e i micini muoiono. Se nella stanza dove abbiamo sistemato i gattini sono accesi i riscaldamenti è meglio mettere un umidificatore.

Questi accorgimenti sono necessari anche se teniamo i gattini in un ambiente riscaldato o se siamo in estate (beh, a meno che non ci siano 40 gradi).

Il latte

Il latte vaccino non è assolutamente adatto per i gattini perchè ha una composizione molto diversa da quella del latte di mamma gatta: ha meno proteine e meno grassi e non riesce quindi a fornire al micino ciò di cui ha bisogno.

Ideale è il latte in polvere per gattini che si trova in farmacia (KittenMilk Chifa o KMR Borden). Per prepararlo seguite attentamente le istruzioni riportate sulla scatola, ma solo per la prima e la seconda poppata è meglio che si aggiunga un po’ di acqua in più rispetto a quanto suggerito, per dare ai gattini il tempo di adattarsi a questa nuova pappa e non andare in diarrea.

Il latte in polvere va usato appena preparato e quello che rimane non può essere usato alla poppata successiva.

Eventualmente si può preparare un latte di emergenza: mischiate assieme 45 ml di latte vaccino intero, 45 ml di ricotta, mezzo tuorlo d’uovo crudo (solo il tuorlo, mi raccomando!), un cucchiaino di olio di mais e un integratore mimeral/vitaminico per mici nelle dose consigliate dal veterinario.

A 4 settimane di età si può iniziare a svezzare gradatamente i gattini aggiungendo omogeneizzato di carne: circa 50% latte (sempre per gattini) e 50% omogeneizzato, sempre col biberon e sempre caldo.

A 5-6 settimane possiamo offrire ai gattini, in un piattino, un po’ di carne di manzo trita di ottima qualità appena sbollentata con formaggini molli (quelli dei bambini) e parmiggiano grattuggiato. Per i primi giorni è bene continuare a dare un po’ di latte (sempre quello per gattini) che poi va gradualmente diminuito, aumentando, contemporaneamente, la pappa nel piattino.

Le poppate

Prima di dare da mangiare ai gattini è indispensabile assicurarsi che non siano in ipotermia: devono cioè essere tiepidi, poco più caldi di noi al tatto. Se non sono tiepidi o se sono addirittura freddi prima di ogni cosa dobbiamo scaldarli perchè altrimenti non possono digerire quello che mangiano. Frizioniamoli quindi con un panno caldo e teniamoli vicino ad una fonte di calore (sotto la lampada ad infrarossi o sulla borsa dell’acqua calda).

Altrettanto importante è valutare se i gattini sono in ipoglicemia (carenza di glucosio nel sangue): avvicinando la mano alla testa del gattino questo dovrebbe iniziare a dare dei colpetti con la testa (per stimolare la fuoriuscita del latte) e a far ondeggiare il muso in cerca del capezzolo. Se invece non reagisce, prima di dargli il latte dategli 1 ml di acqua e zucchero calda (non bollente!) ogni 15 minuti, sino a quando non muoverà la testa come spiegato prima.

Durante i primi 14 giorni i micini riescono a mangiare solo poco latte per volta e quindi i pasti devono essere frequenti. Sarà quindi bene fare una poppata ogni 3 ore (anche la notte!!) e dare 5-10 ml di latte ad ogni gattino. Durante i primissimi giorni è meglio che i gattini non mangino troppo o potrebbero avere diarrea che in cuccioli così piccoli può essere piuttosto pericolosa. Se il gattino dopo un pasto miagola insistentemente forse ha ancora fame.

Ovviamente man mano che i gattini crescono si deve aumentare la quantità di latte e diminuire il numero delle poppate.

Il latte non va somministrato freddo, ne bollente, ma a circa 38 gradi (tiepido-caldo insomma) per evitare diarrea o che il gatto si bruci.

L’ideale è un piccolo biberon (lo si trova facilmente in farmacia o in un pet shop), ma per le emergenze di può usare una siringa da 5 ml senza ago. Meglio comunque appena possibile procurarsi un biberon perchè con la siringa si rischia di spingere troppo latte o di direzionarlo male e far soffocare in micio. Il buco nella tettarella deve essere tale che rovesciando il biberon, senza premere, il latte esca a gocce, lentamente.

I gattini devono essere allattati mantenendoli a pancia in giù, mai ribaltandoli a pancia in su: potrebbe essere pericoloso.

Durante la prima settimana di vita, i gattini devono essere pesati giornalmente (ad esempio nella bilancia da cucina) per accertarci che aumentino ogni giorno il loro peso e che non lo diminuiscano mai. Meglio pesarli sempre prima di una poppata in modo da non avere i pesi falsati dal latte appena bevuto. Dalla seconda settimana possiamo pesarli un paio di volte alla settimana.

I bisogni

Per le prime due-tre settimane dopo ogni pasto è necessario massaggiare delicatamente con un fazzoletto o un po’ di cotone (meglio invece evitare le salviettine per neonali) inumiditi la zona anale e genitale dei micini per simulare il leccamento della madre indispensabile per stimolare la minzione e la defecazione.

Le feci devono essere color ocra chiaro e mollicce, ma non liquide. Se non è così è meglio cambiare il latte.

E’ importante mantenere sempre i gattini puliti e al caldo. Dopo la poppata pulitegli anche muso, nasino e occhi.

Consigli e suggerimenti per educare bene il vostro cane

Foto di Alan Smith da Pixabay

Per iniziare, sfatiamo il mito del cane cattivo o, addirittura, della razza cattiva: come molti dicono, non esistono cani cattivi, ma solo cattivi padroni. Certo, ci sono razze più predisposte all’aggressività rispetto ad altre, ma nulla che un atteggiamento autoritario, da vero capo branco, ed un buon addestramento non possano risolvere.

Innanzitutto, prima di avventurarsi nell’impresa di un addestramento, è necessario ricordare che il cane, in quanto discendente del lupo, è un animale da branco e che dunque tende a crederci parte del suo branco; se da un lato questo può essere un atteggiamento positivo (molti cani tendono a proteggere i membri del proprio branco, quindi, in quanto membro, anche il padrone) dall’altro lato potrebbe risultare un problema nel momento in cui, notando alcuni cedimenti nell’atteggiamento del proprio padrone, il cane potrebbe pensare di essere il capo branco della situazione. Ovviamente, questa caratteristica varia notevolmente a seconda della razza ed è, solitamente, meno accentuata nei cani di piccola taglia. Rimane comunque una caratteristica da non sottovalutare e da correggere già in tenera età. 

Altra caratteristica tipica dei cani da difesa o da guardia è la territorialità, cioè l’attaccamento del cane al proprio territorio che spesso è disposto a difendere ad ogni costo. Come ogni eccesso, anche la territorialità, se non si può o non si vuole eliminare, deve comunque essere controllata in modo che diventi facilmente gestibile.

Un primo consiglio per la scelta del cane, oltre a quello di prestare un occhio di riguardo alle caratteristiche caratteriali della razza, è quello di prestare attenzione anche all’ambiente in cui il cane dovrà vivere: un cane di grossa taglia infatti non è particolarmente adatto alla vita in appartamento a meno che non gli si assicurino passeggiate e corse in libertà per almeno qualche ora al giorno.

Riguardo l’educazione vera e propria invece (badiamo bene: non per l’addestramento),  i consigli ed i metodi più efficaci, mirati a stabilire la gerarchia e le regole di convivenza,  sono i seguenti:

– Innanzitutto è necessario munirsi di pazienza e fare sì che tutta la famiglia segua i comportamenti ed i metodi utilizzati nell’addestramento per non creare confusione nelle idee del cucciolo

– L’educazione parte già dal momento in cui il cane entra in casa ed è proprio dal varcare la porta che inizieremo a mettere in pratica le prime regole. Quando si entra in una stanza, dobbiamo fare sì che il cane entri dopo di noi perché, attraverso questo comportamento, capirà la gerarchia: il cane non è un nostro pari, ma un nostro ‘subordinato’. Non per egoismo del padrone, ma perché il cane possa capire il proprio ruolo all’interno della famiglia. Con questa visuale che il cane avrà di noi, sarà disposto ad accettare gli ordini impartiti

– Sempre per questioni gerarchiche, i pasti non andranno mai consumati nello stesso momento: il cane dovrà attendere che noi finiamo di mangiare, prima che la sua ciotola venga riempita. Questo comportamento viene tenuto anche in natura dove il capo branco mangia per primo.

– Non fare salire il cane su luoghi elevati come sedie, poltrone o sul letto. Il salire, per esempio sul vostro letto potrebbe fargli pensare di averne il diritto e non di poterlo fare per vostra concessione.

– Per insegnargli il giusto comportamento la tecnica più istintiva e più utilizzata è quella della punizione/ricompensa. Insegniamogli allora a non saltare addosso, ignorandolo quando assume questo comportamento (punizione) e premiandolo quando cessa di farlo.

– Evitiamo i comportamenti indesiderati come per esempio il mordere le caviglie e le braccia; quando il cane fa questo interrompiamo subito qualsiasi attività stiamo facendo con lui (punizione) e lo potremo premiare quando avrà smesso.

– Eliminiamo assolutamente i giochi che prevedono l’utilizzo della bocca e dei denti, come il classico tira e molla, specie nei cani di grossa taglia e propensi ad un certo grado di aggressività. Sono comunque da evitare tutti i giochi che ci potrebbero mettere in competizione fisica con il cane.

– Con semplici giochi, insegniamogli i comandi fondamentali: seduto, sdraiato, resta, vieni e cuccia. Ogni esercizio dovrà essere ripetuto fino a che non verrà eseguito bene, a quel punto potremo anche dedicargli qualche carezza o un bocconcino ( premio).

Per rendere ogni ordine più efficace questi dovranno essere chiari e coincisi, una semplice parola detta in tono calmo ma autorevole è quello che ci vuole, anche perché, ricordiamo, il cane non può capirci veramente, riconosce semplicemente il suono delle parole ed il tono con cui vengono dette. Altro atteggiamento fondamentale è la coerenza, cioè dovremo evitare di reagire in maniere diverse davanti ad uno stesso atteggiamento.

Anche se queste semplici regole sono validissime e sempre efficaci, in alcuni soggetti possono presentarsi comportamenti che necessitano dell’attenzione di uno specialista.


Gazzella: caratteristiche, specie e comportamento

Foto di Csaba Nagy da Pixabay


Le gazzelle sono l’ornamento più bello e, si potrebbe dire, poetico delle pianure, desertiche, erbose o steppiche. Per il profilo gracile, il movimento elegante, lo sguardo tenero e limpido, le gazzelle sono state cantate dai poeti d’ogni tempo e in specie dai lirici arabi. Perfettamente adattate ai loro biotopi asciutti, le gazzelle animano, con i toni delicati del mantello, le immense regioni che, durante la stagione asciutta, appaiono abbandonate da tutti i grandi animali. Tale è il caso del Serengeti. Quando le pianure di erba corta diventano una smisurata brughiera riarsa, quando le savane di erbe alte, divorate dal fuoco, sono ridotte a distese polverose e nere, le gazzelle di Grant(Gazella granti) e le gazzelle di Thomson (Gazella thomsoni) rimangono fedeli ai loro territori, rallegrando il paesaggio, ma anche fornendo proteine a un esercito di Carnivori che, altrimenti dovrebbero abbandonare le loro riserve di caccia. Le due specie di gazzelle che popolano l’Africa orientale possono essere facilmente confuse tra loro. Molte volte i branchi di gazzelle sono misti; il mantello più o meno rossastro è ugualmente lucido, le corna anenate e vistose sono simili. Ma, osservando con attenzione un branco di gazzelle, che pascoli tranquillamente, si può notare che alcune sono alquanto più grandi di altre, con pelame di toni più pallidi, fra il nocciola e il color sabbia. Queste sono le gazzelle di Grant. I maschi delle gazzelle di Grant arrivano a pesare fra i settantacinque e i novanta chili, contro i venti o trenta dei maschi adulti delle gazzelle di Thomson. Ma, oltre alle dimensioni, vi sono altri caratteri distintivi. Le gazzelle di Grant sono tra i Ruminanti più belli del mondo. E’ un animale altero, che cammina solennemente a testa alta, menando vanto delle sue corna nere e brillanti, perfettamente aneliate, più grandi, in proporzione, di quelle di qualsiasi altra antilope. Le gazzelle di Thomson, più tozze, di zampa più corta e con il collo meno sviluppato, presentano sui fianchi una larga striscia nera. Tale striscia manca in tutti i maschi delle gazzelle di Grant; soltanto in alcune femmine è visibile una riga più o meno larga. Nel muoversi le gazzelle di Thomson sono più nervose, meno solennie, si potrebbe dire più comiche. Le gazzelle sono animali che muovono costantemente la coda, anche quando non li infastidiscono le mosche; alcuni pensano che questo comportamento possa avere una funzione sociale analoga al moto della coda di alcuni Uccelli gregari. La vistosa striscia nera sul fianco delle gazzelle di Thomson ha distinguere la forma dell’animale visivamente scomposta dalla striscia colorata. E stato dimostrato però che, quando le gazzelle avvertono il pericolo, soprattutto la presenza dei loro grandi nemici, i licaoni, mettendo in azione determinati muscoli fanno vibrare energicamente la striscia nera. In questo caso è palese una funzione fanerica (attrattiva o comunicativa). Non sarebbe affatto strano se la striscia delle gazzelleavesse una duplice finalità: scomporre visivamente alla distanza la figura e richiamare in circostanze determinate l’attenzione delle altre gazzelle. Con o senza striscia laterale, rossicce o colar sabbia, nervose o solenni, le gazzelle di Thomson e le gazzelle di Grant sono animali che richiamano l’attenzione per bellezza ed eleganza. Dopo aver visto antilopi dall’aspetto tanto strano come il barbuto gnu, o di struttura disarmonica come l’alcelafo, ci si domanda quale capriccio della natura abbia riunito nelle gazzelle ogni perfezione: colore, forma, movimento, sguardo, espressione. Non v’è dubbio: le gazzelle sono i più belli tra i Ruminanti di tutta l’Africa. Un’altra particolarità torna a loro svantaggio: le gazzelle sono gli animali che mantengono con la loro carne il maggior numero di predatori. Cacciagione favorita di ghepardi e licaoni, gazzelle neonate sono preda delle iene e degli sciacalli; le gazzelle adulte nutrono i leopardi e i leoni sedentari del Sèrengeti nel corso dei cinque lunghi mesi di siccità. Le nere aquile di Verreaux ed anche gli avvoltoi oricù calano in picchiata dal cielo sulle piccole gazzelle. Forse esaminando le strategie di attacco di questi animali carnivori si può spiegare il segreto della bellezza delle gazzelle. I predatori animali sono una delle principali forze modellatrici degli esseri viventi, uno dei fattori fondamentali con i quali, nel gioco continuo delle mutazioni e della selezione naturale, la vita struttura le sue creature. Le gazzelle devono raggiungere le più elevate velocità per sfuggire al ghepardo: il che richiede muscoli scattanti e forme armoniose. Per superare in tenacia e in resistenza la muta dei licaoni hanno dovuto liberarsi da ogni pesantezza nella struttura anatomica e dalle piti piccole quantità di grasso superfluo. Per vedere il leopardo fra i rami o l’aquila nel cielo, hanno sviluppato l’occhio con la cornea trasparente e la famosa pupilla brillante; per scopnre il leone nelle sue manovre di caccia, hanno conseguito grande acutezza di udito. Nell’arte, forse, nella natura, senza dubbio, la bellezza è espressione della perfetta funzionalità. Le gazzelle ci appaiono belle perché, senza essere specializzate nella velocità, nella resistenza, nel salto o nel mimetismo, realizzano un mirabile equilibrio di queste doti, e il loro aspetto ne è la armoniosa immagine. In dimensioni diverse e più grandi, di fronte allo stimolo di un numero più limitato di specie di predatori animali, indirizzandosi ad altre specializzazioni difensive, la natura ha conseguito altri risultati nei quali l’efficacia non si accompagna a quel che l’occhio umano giudica bellezza. Nella stagione delle piogge e anche in quella asciutta, in luoghi dove l’erba conserva sempre una certa freschezza, si possono trovare le gazzelle di Thomson in compagnia delle gazzelle di Grant. Ma nelle zone più aride della savana di erba corta, dove è difficile immaginare che la vita riesca a resistere, le gazzelle di Grant rimangono isolate, uniche e maestose regine della solitudine. Le gazzelle di Thomson infatti non sopportano la sete, e nella stagione asciutta sono costrette a concentrarsi vicino alle pozze d’acqua o dovunque trovino germogli freschi di erba. Il fatto di poter resistere più o meno alla mancanza di acqua è di importanza fondamentale nell’ecologia degli animali delle regioni aride. Alcune specie di animali sono perfettamente adattate alla siccità e con questo si liberano dall’aspra concorrenza che, nei mesi asciutti, si scatena attorno alle sorgenti d’acqua e anche dall’azione dei predatori, che dall’acqua non possono allontanarsi. Le gazzelle di Grant sono tra questi animali privilegiati. A luglio, quasi tutte le pozze d’acqua sono inaridite, e gli animali, che hanno bisogno di bere spesso, cominciano ad affollarsi intorno ai luoghi dove vi sono acque perenni. Le gazzelle di Grant non partecipano di questa tendenza, al contrario quelle che si trovavano accanto ai luoghi di abbeverata, se ne allontanano e si disperdono nella pianura. La colorazione chiara e smorzata delle gazzelle di Grant può svolgere una funzione importante nella conservazione dell’acqua e nella regolazione termica: è noto infatti che i colori chiari riflettono i raggi solari, mentre quelli scuri li assorbono. E anche probabile che tale colorazione sia soprattutto mimetica. L’occhio umano, almeno, fatica a distinguerla sullo sfondo delle savane inaridite. Un altro fattore che influisce sulla conservazione dell’acqua nelle gazzelle di Grant è che orinano raramente. In un branco di gazzelle di Grant tenuto in osservazione per dodici ore, nella stagione asciutta, molte gazzelle non orinarono nemmeno una volta. Le piccole gazzelle di Thomson preferiscono i luoghi di erba corta non lontani dall’acqua e si cibano soltanto di erba; le gazzelle di Grant, che brucano piuttosto che pascolare, abitano sia le savane di erba molto alta cosparse di arbusti, sia le regioni desertiche del Sudan meridionale. Questa distribuzione determinata dall’altezza dell’erba può essere osservata anche nel cratere del Ngorongoro, dove lo zoòlogo Estes ha studiato il comportamento delle gazzelle. In effetti, le gazzelle di Thomson tendevano a concentrarsi accanto al lago, sul terreno alcalino del fondo, del cratere, ampliando o riducendo la loro area secondo il ciclo annuale dei pascoli (questa popolazione non è nomade); al contrario le gazzelle di Grant erano più abbondanti sulle pendici delle colline, dove l’erba è più alta. Le gazzelle di Thomson raggiungevano queste zone solo quando i pascoli inaridivano. È comunque frequente vedere branchi misti di gazzelle delle due specie, le une intente al pascolo e le altre a brucare, poiché la separazione delle zone di erba corta e di erba alta non è mai del tutto netta.

Ascaridi nel cane: sintomi e diagnosi

Gli Ascaridi sono dei nematodi, dei vermi cilindrici allungati di colore biancastro non segmentati a sessi separati. Le femmine in genere hanno dimensioni maggiori 18 cm , rispetto al maschio che invece misura 10 cm. 

L’ infestazione nel cane avviene con l’ingestione di feci contenenti le uova nelle quali si è sviluppata la larva. Nei cuccioli le larve una volta giungono attraverso la parete intestinale nel fegato,quindi nel polmone e nella trachea da qui venendo deglutite arrivano all’intestino tenue dove diventano adulte. Nei cani adulti e soprattutto nelle femmine la migrazione delle larve è differente. Infatti arrivate al polmone attraverso le vene polmonari raggiungono il cuore sinistro da dove con la grande circolazione vengono distribuite in diversi distretti organici dove si incapsulano.


Nelle cagne gravide queste arrivano all’utero e attraverso la circolazione utero-placentare giungono al feto. Motivo per cui i cuccioli già alla nascita presentano i parassiti. L’ azione patogena dei parassiti durante la migrazione delle larve,soprattutto se l’ infestazione è grave, si manifesta con l’insorgenza di focolai infiammatori a carico del fegato e polmone talora talmente gravi da provocare la morte. I parassiti adulti invece in sede intestinale possono essere responsabili nei cuccioli di enteriti catarrali e turbe digestive, Nelle infestazioni da ascaridi bisogna non sottovalutare l’azione tossica del parassita, il quale con il suo metabolismo produrrebbe delle tossine in grado di provocare sindromi convulsive. La diagnosi è attraverso l’esame parassitologico delle feci. E’ comunque buona norma anche se l’esame risulta negativo di sverminare il cane soprattutto se è un cucciolo e soprattutto prima della vaccinazione.

Cinghiale: cosa mangia, dove vive, è pericoloso

Foto di Jasmin777 da Pixabay

Il cinghiale è messo in relazione con il bosco e l’intrico vegetale della macchia che di fatto costituisce l’habitat della maggior parte dei Suidi. In realtà il cinghiale, o facocero o porco delle verruche (Phacochoerus aethiopicus) prospera nelle savane e nelle praterie, anche se poi il cinghiale si può trovare nelle steppe arbustive a al limitare dei boschi.

L’aspetto stesso del cinghiale è insolito. Il testone voluminoso e allungato del cinghiale finisce in un grugno molto piatto dorsalmente, armato di due forti e vistose zanne a curva aperta, quasi un paio di corna orizzontali. Sotto gli occhi e fra gli occhi e l’angolo della bocca il cinghiale presenta due paia di protuberanze sporgenti da cui il nome di porci dalle verruche. Gli arti del cinghiale sono lunghi, il che consente loro di correre più velocemente di quanto si possa prevedere.

Quando mangia, il cinghiale si inginocchia sulle zampe anteriori per arrivare più comodamente al cibo. Si possono osservare intere famiglie in cui il cinghiale ha questo questo atteggiamento: i piccoli di cinghiale, stretti al fianco dei genitori, poiché la loro incolumità dipende dall’aggressività, dalla forza e dalle zanne degli adulti. Il cinghiale ha molti nemici, e può sopravvivere nelle steppe e nelle savane solo grazie a una tecnica difensiva molto specializzata. Dai ghepardi, accaniti persecutori del cinghiale giovane, il cinghiale adulto si difende assai bene, volgendoli in fuga dopo una violenta carica, mentre il piccolo cinghiale trova rifugio sotto il ventre della madre. Contro gli attacchi del leone o del leopardo, il cinghiale si rifugia nelle tane scavate in profondità a colpi di zanne, talvolta usurpate ad altri animali come gli oritteropi. Quando un branco di cinghiali fiuta il pericolo, parte al galoppo verso il rifugio sotterraneo. In marcia, il cinghiale adulto sta alla retroguardia, e tutti portano la coda alta, con il ciuffo peloso al vento come una curiosa bandiera. Nei rifugi, il piccolo cinghiale entra con facilità; ma il cinghiale adulto, e in particolare il cinghiale maschio corpulento corpulento, fa più fatica: comunque vi si introducono rinculando e i vigili grugni zannuti impediscono a ogni intruso l’ingresso nei quartieri sotterranei. La femmina del cinghiale partorisce i piccoli nella tana in genere da tre a sei per volta, dopo un periodo di gestazione da ventidue a ventiquattro settimane. Il cinghiale neonato non è pericoloso nei primi giorni di vita e rimane nella tana sollecitamente vegliato e allattato dalla madre cinghiale, che lo difende dagli animali che tentino di violare il rifugio. Quando esce per le prime volte, il piccolo cinghiale segue molto da vicino la madre, gioca e razzola lanciando piccoli grugniti e presto comincia a inginocchiarsi per grufolare e anche per poppare, poggiando sulle callosità che ha sotto le articolazioni degli arti anteriori. Pur fondamentalmente erbivoro, il cinghiale completa la sua alimentazione con tuberi, bacche e altri vegetali, che estrae dal terreno facendo uso delle zanne. Al bagno e all’abbeverata si riuniscono a volte varie famiglie di cinghiali; ma al primo segnale di pericolo ogni famiglia prende la fuga separatamente, in direzione della rispettiva tana. All’epoca della riproduzione il cinghiale maschio, enormemente aggressivo e armato di zanne taglienti, si da a violenti duelli per difendere i confini delle sue aree nuziali. Pur tutt’altro che bello il cinghiale è perfettamente atto all’esistenza negli spazi aperti, capace come è di correre velocemente e di mantenere il ritmo della corsa fino al rifugio. Dagli altri animali, il cinghiale si difende con tenacia; i gruppi familiari hanno una stretta coesione e il grido del piccolo in pericolo scatena la carica inesorabile della madre cinghiale. In genere gli animali predatori rispettano questi vigorosi animali che hanno saputo conquistare gli spazi aperti, lontano dalla protezione del fitto bosco dove, di solito, vivono gli altri Suidi.

Filaria nel cane: sintomi e cure

La filiarosi è una malattia trasmessa dalle zanzare ai cani ed è un gruppo di parassiti che potrebbero interessare anche l’uomo.

Dirofilaria immitis è il nematode responsabile della filariosi cardiopolmonare: grave e spesso letale patologia.

Al genere Dirofilaria appartiene però anche un altro parassita: Dirofilaria repens, specie molto meno pericolosa e per questo altrettanto importante poichè va distinta dalla prima. 

Entrambe infatti danno positività ai test antigenici usati per la diagnosi.

Dirofilaria repens si localizza nel sottocute e nelle fasce connettivali della muscolatura causando dei noduli antiestetici ma assolutamente innocui.

Appaiono come lunghi vermi sottili che possono raggiungere i 30 cm.

Le due specie si distinguono valutando la morfologia delle microfilarie L1: immitis ha un capo affusolato e smusso ed una coda dritta, repens ha invece un capo arrotondato e coda curva, a “manico d’ombrello”.

Cos’è la filariosi e il ciclo

Dirofilaria immitis ha un ciclo indiretto, caratterizzato cioè dalla presenza di un ospite definitivo, in cui il parassita si riproduce, e di un ospite intermedio, in cui il parassita compie alcune fasi del proprio sviluppo per divenire da larva a parassita adulto.

Gli ospiti definitivi della filaria sono furetti, cani, gatti e tutti i canidi e felidi in generale. 

Gli ospiti intermedi sono diverse specie di zanzara.

Tutti i nematodi (tra i quali troviamo anche la filaria) per divenire adulti devono passare attraverso cinque stadi larvali: quindi dall’uovo di schiude la prima larva detta L1, che muta in L2, poi L3, L4 ed L5 che diventa infine parassita adulto ed inizia a produrre altre uova.

Le filarie adulte si trovano prevalentemente nelle arterie polmonari dei nostri animali e, da qui, liberano nel sangue le larve L1, dette anche microfilarie che vengono ingerite dalla zanzara durante il pasto di sangue.

Le L1 nella zanzara mutano sino a diventare L3 che verranno poi trasmesse ai nostri animali col prossimo pasto di sangue dell’insetto.

Le L3, nel nuovo ospite definitivo, in 6-8 mesi maturano sino a diventare adulte, si localizzano nelle arterie polmonari e qui cominciano a riprodursi ricominciando il ciclo.

I parassiti adulti vivono circa 5 anni nel cane e 2 o 3 nel gatto che, essendo più resistente, crea un ambiente meno favorevole per i vermi.

Epidemiologia

Dirofilaria immitis è un parassita abbastanza frequente in Italia, soprattutto in pianura padana e nelle aree circostanti. Ed è in continua diffusione.

La presenza della filaria è influenzata da molteplici fattori riguardanti:

  • L’ospite intermedio: è importante sia la diffusione di speci di zanzare idonee allo sviluppo del parassita (senza zanzare non ci possono essere filarie) sia la resistenza delle zanzare all’infestazione. Infatti se le zanzare non riescono a sopravvivere dopo aver ingerito le larve non potranno nemmeno farle sviluppare e quindi trasmetterle ad un altro animale.
    Le zanzare si stanno adattando sempre meglio e sono sempre più resistenti alle filarie.
  • L’ospite definitivo: la diffusione della filaria è favorita da un’alta concentrazione di cani e gatti (e furetti) infestati. Soprattutto il cane infatti (considerato il reservoir), quando è malato contribuisce ad infettare un gran numero di zanzare che quindi, a loro volta, infesteranno altri cani e gatti.
  • L’ambiente: permette o meno la presenza e la sopravvivenza degli ospiti intermedi e la temperatura ambientale rende lo sviluppo delle filarie più veloce all’interno della zanzara.

Patogenesi della filaria

Da quando la filaria arriva nei nostri animali devono passare 6-8 mesi prima che il parassita diventi adulto e si localizzi nelle arterie polmonari.

In questi primi mesi dell’infestazione il parassita non causa grossi danni, diventa invece patogeno quando diventa adulto.

Le filarie sono dei lunghi vermi e possono anche essere molto numerosi in un singolo animale: sono quindi di ostacolo al flusso di sangue e causano una progressiva insufficienza cardiaca destra con conseguente ascite (accumulo di liquidi in addome).

I parassiti inoltre rilasciano delle sostanze tossiche che infiammano il polmone provocando tosse.

Nella fase finale della patologia si ha la “sindrome della vena cava” così chiamata perchè si credeva, erroneamente, che coinvolgesse questo importante vaso che dal fegato arriva al cuore. In realtà si tratta di un improvviso aumento della pressione nelle arterie polmonari e una riduzione del sangue che il cuore sinistro spinge in circolo (gittata cardiaca). 

Il violento sbattere dei parassiti con i globuli rossi a causa dell’alta pressione provoca emolisi (rottura dei globuli rossi con liberazione di emoglobina in essi contenuta) con emoglobinuria (emoglobina nelle urine). 

E’ una condizione estremamente grave che, se non risolta chirurgicamente in tempi brevissimi, porta l’animale a morte in poche ore o pochi giorni.

Anche le microfilarie prodotte dai parassiti adulti che si riproducono possono essere patogene: scatenano una reazione immunitaria da parte dei nostri animali che producono così molti aticorpi diretti contro le microfilarie. 

Questi anticorpi non sono però efficaci contro le larve, ma anzi causano la formazione di immunocomplessi(unione delle larve con i parassiti) che danneggiano i reni che dovrebbero filtrarli.

Ma le filarie non causano gravi danni solo da vive, anche quando muoiono sono estremamente pericolose: vengono spinte dal flusso di sangue nel polmone causando emboli.

Sintomi

La filariosi cardiopolmonare non è caratterizzata da sintomi specifici della malattia, ma più genericamente da segni clinici tipici di qualsiasi patologia cardiaca.

I cani malati sono meno restistenti allo sforzo, si affaticano subito e tossiscono frequentemente. Con l’aggravarsi della patologia compaiono anche edemi nelle zampe e nell’addome (ascite). 

Le fasi terminali sono caratterizzate da difficoltà a respirare (dispnea) e urine scure, color caffè (emoglobinuria).

Nel gatto, vista la sua maggiore resistenza, la sintomatologia è meno evidente e compare solo quando la malattia è nella sua fase finale e causa quindi gravi squilibri. Dalla comparsa dei primi problemi respiratori e, a volte, vomito, alla morte improvvisa dell’animale passano pochi giorni o poche ore.

E’ quindi facile capire perchè la prevenzione sia tanto importante: i sintomi, primi campanelli dall’allarme, compaiono solo nelle ultime drammatiche fasi della filariosi cardiopolmonare, quando ormai non c’è più tempo per intervenire ed aiutare i nostri amici. 

Questo è particolarmente vero nel gatto in cui, non solo la terapia è spesso pericolosa, ma anche ci accorgiamo sempre troppo tardi.

Diagnosi

Abbiamo visto che i sintomi non sempre sono evidenti ed è quindi necassario affidarsi a specifici test per confermare un sospetto diagnostico. Accertato che il nostro animale è malato di filariosi cardiopolmonare è poi necessario valutare la gravità e lo stadio della malattia per poter decidere qual è la migliore terapia da intraprendere.

Nel cane il sospetto diagnostico può nascere in seguito ad una attenta visita clinica e una valutazione dell’anamnesi (cane che vive in zone endemiche e magari dorme fuori, fatica allo sforzo e affaticabilità, trascorso un periodo di tempo di almeno sei mesi dal primo contatto del cane con le zanzare nella sua vita,…), sospetto che verrà in seguito confermato dall’evidenziazione di microfilarie (L1) circolanti nel sangue dell’animale. Nel cane infatti la microfilariemia è solitamente molto marcata. 

Vedere le microfilarie da l’assoluta certezza che l’animale è malato, non ci sono possibilità di errore. Ma NON trovare le microfilarie non garantisce invece che l’animale sia sano perchè ci sono diversi motivi per i quali un animale con la filariosi cardiopolmonare può non risultare positivo a questi test: magari nel sangue che ho prelevato non era presente nemmeno una L1, ma solo per sfortuna o magari perchè le microfilarie sono poche o ancora perchè sono presenti solo parassiti adulti dello stesso sesso che quindi non possono riprodursi, o perchè è presente un solo parassita adulto. 

In tutti questi casi l’animale è comunque malato, ma noi non riusciamo a diagnosticarlo basandoci solo sulla ricerca delle microfilarie.

Terapie 

Ci sono tre tecniche parassitologiche utilizzabili per la ricerca delle L1:

  • Esame “a goccia spessa“: si preleva una goccia di sangue periferico (dalle orecchie o dal naso) al cane, la si diluisce con una goccia d’acqua e si osserva al microscopio.
    E’ un esame in realtà molto poco utile perchè la possibilità che in così poco sangue noi riusciamo a trovare delle microfilarie è decisamente scarsa. A volte può essere indicatica per infestazioni imponenti, con altrettanta massiccia microfilariemia, ma sono situazioni piuttosto rare nei nostri cani superseguiti e supercontrollati.
  • Tecnica di Knott modificata: si preleva 1 ml di sangue a cui si aggiungono anticoagulante e formalina, si fa centrifugare il tutto, si aggiunge del colorante e si osserva al microscopio il sedimento che si è creato.
  • Tecnica della filtrazione: si preleva un ml di sangue a cui si aggiungono anticoagulante e acqua distillata, si fa filtrare la soluzione così ottenuta, si colora la membrana filtrante e quindi si osserva al microscopio alla ricerca delle microfilarie.

Queste due ultime tecniche sono dette “di arricchimento” ed hanno una maggiore sensibilità rispetto all’esame a goccia spessa. Si usa un quantitativo di sangue molto maggiore e si fa in modo di “concentrare” le microfilarie eventualmente presenti. 

Tuttavia un cane che risultasse negativo a queste due tacniche, sebbene abbia maggiori possibilità di essere effettivamente sano, potrebbe anche essere malato (solo un parassita o solo adulti dello stesso sesso o, sebbene non sia molto frequente, microfilariemia assente)

Una volta evidenziate delle microfilarie al microscopio è però necessario capire se si tratta di L1 di Dirofilaria immitis (causa della filariosi cariopolmonare) o di L1 di Dirofilaria repens (apatogena): un esame morfologicopermettere di distinguere con chiarezza.

Oggi abbiamo a disposizione tecniche più rapide e precise per la diagnosi basate sulla ricerca degli antigeni parassitari

Ogni parassita (così come ogni altro essere vivente) è caratterizzato dalla presenza di molecole di “identificazione” (antigeni) tipiche della sua specie che vengono esposte sulla superficie delle sue cellule. I test che seguono cercano proprio queste speciali molecole per evidenziare la presenza delle filarie.

  • Test ELISA e test basato sulla tecnica di immunomigrazione rapida: evidenziano gli antigeni utilizzando speciali anticorpi su dei campioni di sangue

Entrambi questi test possono rivelare la presenza del parassita indipendentemente dalla microfilariemia e sono in grado di distinguere Dirofilaria immitis da Dirofilaria repens

Però anch’essi presentano dei limiti importanti: evidenziano solo gli antigeni delle femmine adulte (quindi dopo 6-8 mesi dall’infestazione). Quindi daranno esito negativo in animali malati, ma con meno di due o tre femmine o in caso di infestazioni con soli parassiti maschi.

Nel gatto le tecniche utilizzabili per la diagnosi sono molte meno: in questi animali infatti la microfilariemia è quasi sempre assente o comunque dura per un periodo troppo breve per poter essere utile. 

Inoltre, essendo i nostri piccoli felini più resistenti all’infestazione, spesso le cariche parassitarie sono molto basse: a volte un solo parassita, spesso di sesso maschile, il che si traduce in un risultato negativo ai test che cercano gli antigeni, anche se il nostro micio è malato (ricordiamo poi che viste le piccole dimensioni del gatto anche una sola filaria nel cuore è fatale!)

Le migliori tecniche per la diagnosi nel gatto si sono dimostrate essere quelle basate sulla ricerca degli anticorpispecifici che il gatto sviluppa contro i parassiti (e non più quindi gli antigeni dei parassiti stessi). 

Ci sono due test diversi in commercio:

  • Test ELISA
  • Test basato sulla metodica immunocromatografica a flusso laterale che si è rivelato essere molto efficace: rileva parassiti già due mesi dopo l’infestazione (e non più otto!) anche se sono solo filarie maschi.

Fatta la diagnosi è necessario valutare la gravità della patologia per scegliere il miglior approccio terapeutico:

  • Radiografia: per valutare l’entità dei danni polmonari.
  • Ecografia: per avere una vaga stima del numero di parassiti adulti presenti.

La filariosi cardiopolmonare è una patologia estremamente grave che anche se diagnosticata in tempo (cosa davvero difficile) può uccidere il nostro animale.

La prevenzione è l’unico modo veramente sicuro per mantenere in salute i nostri amici.

Ci sono molti farmaci efficaci che possiamo utilizzare:

  • Ivermectina: un farmaco sicuro ed efficace, usato da molti anni. Fanno però eccezione alcuni collie che, essendo particolarmente sensibili alla molecola possono avere gravi effetti collaterali. Tuttavia il dosaggio utilizzato per la profilassi (6 microgrammi per ogni kg di peso dell’animale) dovrebbe essere sicuro anche per questa razza. Oppure si può, più tranquillamente, utilizzare un’altra molecola.
    L’ivermectina si trova in compresse da somministrare per via orale una volta al mese iniziando un mese dopo la comparsa delle prime zanzare sino ad un mese dopo la loro scomparsa (orientativamente da maggio a novembre)
    E’ l’unica molecola che si può usare nei furetti, le altre non sono state registrate per questa specie.
  • Milbemicina ossima: un ottimo farmaco, efficace e senza effetti collaterali.
    Si trova in compresse da somministrare per via orale una volta al mese iniziando un mese dopo la comparsa delle prime zanzare sino ad un mese dopo la loro scomparsa (orientativamente da maggio a novembre).
  • Selamectina: ottimo farmaco senza effetti collaterali e attivo anche contro ascaridi, pulci e acari.
    Particolarmente comodo, si trova in spot on (pipette da svuotare tra le scapole) da mettere sull’animale una volta al mese iniziando un mese dopo la comparsa delle prime zanzare sino ad un mese dopo la loro scomparsa (orientativamente da maggio a novembre).
    E’ molto usato nei gatti non solo perchè spesso è più facile convincere un micio a farsi mettere uno spot-on che non a mandar giù una pillola, ma anche perchè è una molecola molto efficace nei mici, più che nei cani, a parità di dosaggio.
  • Moxidectina: farmaco per cani molto comodo ed altrettanto discusso. In America è stao temporaneamente ritirato, ma in realtà è ormai da qualche anno che viene usato in Italia e non si sono mai verificate segnalazioni di gravi effetti collaterali, come qualcuno ha invece denunciato in America.
    Una sola iniezione annuale è sufficiente per proteggere il cane per tutto l’anno perchè il farmaco è a lento rilascio.

Tutti questi farmaci uccidono le larve infestati che vengono trasmesse ai nostri animali tramite il morso delle zanzare. 

In realtà quindi non prevengono l’infestazione, ma impediscono che le larve possano diventare parassiti adulti e fare quindi ammalare i nostri amici.

La terapia medica consiste nel somministrare all’animale farmaci che uccidono le filarie adulte.

I parassiti, una volta morti (sia “naturalmente”, sia per il trattamento) si degradano, liberano sostanze infiammatorie e possono causare tromboembolismo polmonare, molto doloroso e altrettanto pericoloso per la vita dell’animale.

I farmaci utilizzati per uccidere le filarie adulte sono a base di arsenico ed hanno quindi un certo grado di tossicità anche per i nostri animali. 

Le nuove molecole (Melarsomina bicloridrato) sono più maneggevoli, con minor effetti collaterali, ma nonostante questo è necessario monitorare la funzionalità renale ed epatica durante la terapia. 

Il trattamento consiste in due iniezioni a distanza di 24 ore.

Nonostante la tossicità dei farmaci il rischio maggiore della terapia medica è dato dal tromboembolismo che può verificarsi in seguito alla morte dei parassiti che si cerca di controllare tenendo l’animale il più fermo possibile e somministrandogli sostanze che aumentano la fluidità del sangue.

Le filarie quando muoiono rilasciano anche un grande numero di batteri simbionti (Wolbachia) che potenziano la reazione infiammatoria da parte dell’ospite. E’ quindi utile, prima del trattamento con la melarsomina, somministrare delle tetracicline che uccidono i batteri impedendo così un’imponente infiammazione e la riproduzione delle filarie ancora vive.

In casi particolari è possibile valutare un altro approcio alla filariosi cardiopolmonare: lasciare che i parassiti ormai adulti muoiano naturalmente e limitarsi ad impedire che si riproducano, somministrandono tetracicline, e che si aggiungano nuovi parassiti effettuando un trattamento mensile di Ivermectina per 2 o 3 anni. 

E’ una soluzione rischiosa perchè il tromboembolismo si può verificare in modo imprevedibile.

Terapia chirurgica

Quando le condizioni dell’animale sono particolarmente critiche o con forte rischio di tromboembolismo, la terapia medica è troppo rischiosa ed è quindi necessario ricorrere ad un intervento chirurgico.

L’operazione consiste nell’estrarre dal cuore e dall’arteria polmonare il maggior numero di parassiti.

Per rendere la chirurgia il meno invasiva possibile, si arriva al cuore introducendo una lunga pinza dalla giugulare(una grossa vena del collo).

Nel cane le giugulari sono vasi molto resistenti che non vengono danneggiati dalla pinza e l’intervento è piuttosto sicuro. 

Maggiori difficoltà si hanno invece con i gatti, le cui giugulari sono molto delicate e di calibro minore: la mortalità perioperatoria è per questo alta e rende l’intervento molto rischioso.

La terapia chirurgica è consigliabile in due casi specifici:

  • animali con la malattia ad uno stadio molto avanzato ed iperacuto detto sindrome della vena cava che, se non si interviene immediatamente, uccide l’animale in pochi giorni o poche ore e non lascia quindi il tempo per una terapia medica
  • animali con un altissimo numero di parassiti che rendono sconsigliabile la terapia medica per il forte rischio di tromboembolismo.

Nei cani l’intervento è sopportato molto bene, non è doloroso, è di breve durata, è quindi sufficiente un’anestesia piuttosto blanda e subito dopo il risveglio gli animali stanno già molto meglio.

La terapia chirurgica però solo nel 70% circa dei casi è completamente risolutiva, mentre nei restanti non tutti i parassiti vengono tolti. Purtroppo le filarie che si trovano nei vasi più lontani o più piccoli non riescono ad essere raggiunti dalla pinza. 

Per questo può essere necessario far seguire alla terapia chirurgica quella medica per uccidere gli ultimi parassiti.

In alternativa, se le filarie rimaste nei vasi fossero molto poche, si può decidere di lasciare che muoiano da sè, preoccupandosi solo di evitare nuove reinfestazioni. La scelta va valutata caso per caso.

Purtroppo questa tecnica chirurgica è ancora molto poco conosciuta e praticata: inventata in Giappone, non è diffusa nè in America, nè in Europa, l’Italia è l’unica eccezione. 

Ma anche nel Bel Paese solo un paio di strutture sono attrezzate ed hanno le competenze per eseguire l’intervento.


Denti del cane: come pulirli e curarli

Foto di katja da Pixabay

Dopo i primi sei mesi di vita, il cucciolo dovrebbe avere completato il processo di dentizione e aver perso tutti i denti di latte. Da adesso in poi è fondamentale mantenere un buon livello di igiene orale e controllare periodicamente i denti del cucciolo.

Può darsi che sia stato un periodo un po’ difficile per lui, con fastidio e tanta voglia di rosicchiare. Se ti sembra che qualche dente non sia ancora spuntato o non sia spuntato nella posizione corretta, rivolgiti al tuo veterinario.

Bisognerebbe abituare fin da subito il proprio cucciolo allo spazzolino da denti. Infatti circa il 70% dei cani soffre di problemi dentali già in giovane età e quindi prendersi cura dei denti del tuo cane è altrettanto importante quanto controllare gli altri segni di buona salute. 

Questa percentuale non sorprende se si pensa che solo il 5% dei padroni pulisce regolarmente i denti del proprio cane.

Per la salute dei denti del cane sono necessarie due cose: l‘alimentazione corretta e la pulizia dei denti con lo spazzolino.

L’alimentazione e i denti

La cosa più importante e semplice allo stesso tempo è fornire fin da subito un’alimentazione corretta al tuo cane. 

Infatti, l’alimentazione del tuo cane, oltre ad essere importante dal punto di vista nutrizionale, può anche fare una grande differenza riguardo l’igiene orale. Ovviamente è necessario scegliere alimenti corretti e adatti, in grado di dare un beneficio dentale.

Sicuramente, fa a nostro caso un’alimentazione secca, a base di crocchette.

Durante la masticazione, infatti, l’azione meccanica della crocchetta aiuta a rimuovere eventuali depositi.

Le crocchette aiutano a eliminare la placca durante la masticazione, rilasciando una speciale miscela di minerali che, fissandosi sulla superficie dei denti, forma una barriera temporanea contro depositi che danno origine al tartaro.

Questo, unito alla regolare pulizia dei denti con lo spazzolino e ai periodici controlli dal veterinario, può essere di aiuto all’igiene orale del tuo cucciolo.

Come pulire i denti del cane

Bisogna acquistare uno spazzolino da denti per cani o uno spazzolino a guanto e l’apposito dentifricio per cani (non un dentifricio per esseri umani).

Se non hai abituato il tuo cane fin da cucciolo allo spazzolino da denti, e quindi sei ancora nella fase iniziale, puoi cominciare solamente con il passargli le dita sui denti e sulle gengive, per poi fagli annusare e assaggiare il dentifricio.

Pulire i denti con lo spazzolino al proprio cane è importante, perché il principale fattore responsabile dei problemi di igiene orale nei cani è la placca. 

La placca sui denti a lungo andare si solidifica trasformandosi in tartaro e provocando tra l’altro alitosi e gengiviti; 

Il problema a lungo andare può persino causare la caduta dei denti, con conseguenti difficoltà di masticazione e un’intera serie di altri problemi.

Una pulizia regolare, possibilmente quotidiana, serve a mantenere i depositi di placca sotto controllo e ridurre quindi le possibilità di formazione del tartaro.

Assicurati inoltre di portare il cane dal veterinario per un controllo dentistico almeno una volta l’anno, meglio se ogni sei mesi.

Se provi a pensare ai tuoi denti e alla necessità di mantenerli puliti e sani: non ti sarà difficile applicare le stesse attenzioni quotidiane al tuo cucciolo.