Filaria nel cane: sintomi e cure

La filiarosi è una malattia trasmessa dalle zanzare ai cani ed è un gruppo di parassiti che potrebbero interessare anche l’uomo.

Dirofilaria immitis è il nematode responsabile della filariosi cardiopolmonare: grave e spesso letale patologia.

Al genere Dirofilaria appartiene però anche un altro parassita: Dirofilaria repens, specie molto meno pericolosa e per questo altrettanto importante poichè va distinta dalla prima. 

Entrambe infatti danno positività ai test antigenici usati per la diagnosi.

Dirofilaria repens si localizza nel sottocute e nelle fasce connettivali della muscolatura causando dei noduli antiestetici ma assolutamente innocui.

Appaiono come lunghi vermi sottili che possono raggiungere i 30 cm.

Le due specie si distinguono valutando la morfologia delle microfilarie L1: immitis ha un capo affusolato e smusso ed una coda dritta, repens ha invece un capo arrotondato e coda curva, a “manico d’ombrello”.

Cos’è la filariosi e il ciclo

Dirofilaria immitis ha un ciclo indiretto, caratterizzato cioè dalla presenza di un ospite definitivo, in cui il parassita si riproduce, e di un ospite intermedio, in cui il parassita compie alcune fasi del proprio sviluppo per divenire da larva a parassita adulto.

Gli ospiti definitivi della filaria sono furetti, cani, gatti e tutti i canidi e felidi in generale. 

Gli ospiti intermedi sono diverse specie di zanzara.

Tutti i nematodi (tra i quali troviamo anche la filaria) per divenire adulti devono passare attraverso cinque stadi larvali: quindi dall’uovo di schiude la prima larva detta L1, che muta in L2, poi L3, L4 ed L5 che diventa infine parassita adulto ed inizia a produrre altre uova.

Le filarie adulte si trovano prevalentemente nelle arterie polmonari dei nostri animali e, da qui, liberano nel sangue le larve L1, dette anche microfilarie che vengono ingerite dalla zanzara durante il pasto di sangue.

Le L1 nella zanzara mutano sino a diventare L3 che verranno poi trasmesse ai nostri animali col prossimo pasto di sangue dell’insetto.

Le L3, nel nuovo ospite definitivo, in 6-8 mesi maturano sino a diventare adulte, si localizzano nelle arterie polmonari e qui cominciano a riprodursi ricominciando il ciclo.

I parassiti adulti vivono circa 5 anni nel cane e 2 o 3 nel gatto che, essendo più resistente, crea un ambiente meno favorevole per i vermi.

Epidemiologia

Dirofilaria immitis è un parassita abbastanza frequente in Italia, soprattutto in pianura padana e nelle aree circostanti. Ed è in continua diffusione.

La presenza della filaria è influenzata da molteplici fattori riguardanti:

  • L’ospite intermedio: è importante sia la diffusione di speci di zanzare idonee allo sviluppo del parassita (senza zanzare non ci possono essere filarie) sia la resistenza delle zanzare all’infestazione. Infatti se le zanzare non riescono a sopravvivere dopo aver ingerito le larve non potranno nemmeno farle sviluppare e quindi trasmetterle ad un altro animale.
    Le zanzare si stanno adattando sempre meglio e sono sempre più resistenti alle filarie.
  • L’ospite definitivo: la diffusione della filaria è favorita da un’alta concentrazione di cani e gatti (e furetti) infestati. Soprattutto il cane infatti (considerato il reservoir), quando è malato contribuisce ad infettare un gran numero di zanzare che quindi, a loro volta, infesteranno altri cani e gatti.
  • L’ambiente: permette o meno la presenza e la sopravvivenza degli ospiti intermedi e la temperatura ambientale rende lo sviluppo delle filarie più veloce all’interno della zanzara.

Patogenesi della filaria

Da quando la filaria arriva nei nostri animali devono passare 6-8 mesi prima che il parassita diventi adulto e si localizzi nelle arterie polmonari.

In questi primi mesi dell’infestazione il parassita non causa grossi danni, diventa invece patogeno quando diventa adulto.

Le filarie sono dei lunghi vermi e possono anche essere molto numerosi in un singolo animale: sono quindi di ostacolo al flusso di sangue e causano una progressiva insufficienza cardiaca destra con conseguente ascite (accumulo di liquidi in addome).

I parassiti inoltre rilasciano delle sostanze tossiche che infiammano il polmone provocando tosse.

Nella fase finale della patologia si ha la “sindrome della vena cava” così chiamata perchè si credeva, erroneamente, che coinvolgesse questo importante vaso che dal fegato arriva al cuore. In realtà si tratta di un improvviso aumento della pressione nelle arterie polmonari e una riduzione del sangue che il cuore sinistro spinge in circolo (gittata cardiaca). 

Il violento sbattere dei parassiti con i globuli rossi a causa dell’alta pressione provoca emolisi (rottura dei globuli rossi con liberazione di emoglobina in essi contenuta) con emoglobinuria (emoglobina nelle urine). 

E’ una condizione estremamente grave che, se non risolta chirurgicamente in tempi brevissimi, porta l’animale a morte in poche ore o pochi giorni.

Anche le microfilarie prodotte dai parassiti adulti che si riproducono possono essere patogene: scatenano una reazione immunitaria da parte dei nostri animali che producono così molti aticorpi diretti contro le microfilarie. 

Questi anticorpi non sono però efficaci contro le larve, ma anzi causano la formazione di immunocomplessi(unione delle larve con i parassiti) che danneggiano i reni che dovrebbero filtrarli.

Ma le filarie non causano gravi danni solo da vive, anche quando muoiono sono estremamente pericolose: vengono spinte dal flusso di sangue nel polmone causando emboli.

Sintomi

La filariosi cardiopolmonare non è caratterizzata da sintomi specifici della malattia, ma più genericamente da segni clinici tipici di qualsiasi patologia cardiaca.

I cani malati sono meno restistenti allo sforzo, si affaticano subito e tossiscono frequentemente. Con l’aggravarsi della patologia compaiono anche edemi nelle zampe e nell’addome (ascite). 

Le fasi terminali sono caratterizzate da difficoltà a respirare (dispnea) e urine scure, color caffè (emoglobinuria).

Nel gatto, vista la sua maggiore resistenza, la sintomatologia è meno evidente e compare solo quando la malattia è nella sua fase finale e causa quindi gravi squilibri. Dalla comparsa dei primi problemi respiratori e, a volte, vomito, alla morte improvvisa dell’animale passano pochi giorni o poche ore.

E’ quindi facile capire perchè la prevenzione sia tanto importante: i sintomi, primi campanelli dall’allarme, compaiono solo nelle ultime drammatiche fasi della filariosi cardiopolmonare, quando ormai non c’è più tempo per intervenire ed aiutare i nostri amici. 

Questo è particolarmente vero nel gatto in cui, non solo la terapia è spesso pericolosa, ma anche ci accorgiamo sempre troppo tardi.

Diagnosi

Abbiamo visto che i sintomi non sempre sono evidenti ed è quindi necassario affidarsi a specifici test per confermare un sospetto diagnostico. Accertato che il nostro animale è malato di filariosi cardiopolmonare è poi necessario valutare la gravità e lo stadio della malattia per poter decidere qual è la migliore terapia da intraprendere.

Nel cane il sospetto diagnostico può nascere in seguito ad una attenta visita clinica e una valutazione dell’anamnesi (cane che vive in zone endemiche e magari dorme fuori, fatica allo sforzo e affaticabilità, trascorso un periodo di tempo di almeno sei mesi dal primo contatto del cane con le zanzare nella sua vita,…), sospetto che verrà in seguito confermato dall’evidenziazione di microfilarie (L1) circolanti nel sangue dell’animale. Nel cane infatti la microfilariemia è solitamente molto marcata. 

Vedere le microfilarie da l’assoluta certezza che l’animale è malato, non ci sono possibilità di errore. Ma NON trovare le microfilarie non garantisce invece che l’animale sia sano perchè ci sono diversi motivi per i quali un animale con la filariosi cardiopolmonare può non risultare positivo a questi test: magari nel sangue che ho prelevato non era presente nemmeno una L1, ma solo per sfortuna o magari perchè le microfilarie sono poche o ancora perchè sono presenti solo parassiti adulti dello stesso sesso che quindi non possono riprodursi, o perchè è presente un solo parassita adulto. 

In tutti questi casi l’animale è comunque malato, ma noi non riusciamo a diagnosticarlo basandoci solo sulla ricerca delle microfilarie.

Terapie 

Ci sono tre tecniche parassitologiche utilizzabili per la ricerca delle L1:

  • Esame “a goccia spessa“: si preleva una goccia di sangue periferico (dalle orecchie o dal naso) al cane, la si diluisce con una goccia d’acqua e si osserva al microscopio.
    E’ un esame in realtà molto poco utile perchè la possibilità che in così poco sangue noi riusciamo a trovare delle microfilarie è decisamente scarsa. A volte può essere indicatica per infestazioni imponenti, con altrettanta massiccia microfilariemia, ma sono situazioni piuttosto rare nei nostri cani superseguiti e supercontrollati.
  • Tecnica di Knott modificata: si preleva 1 ml di sangue a cui si aggiungono anticoagulante e formalina, si fa centrifugare il tutto, si aggiunge del colorante e si osserva al microscopio il sedimento che si è creato.
  • Tecnica della filtrazione: si preleva un ml di sangue a cui si aggiungono anticoagulante e acqua distillata, si fa filtrare la soluzione così ottenuta, si colora la membrana filtrante e quindi si osserva al microscopio alla ricerca delle microfilarie.

Queste due ultime tecniche sono dette “di arricchimento” ed hanno una maggiore sensibilità rispetto all’esame a goccia spessa. Si usa un quantitativo di sangue molto maggiore e si fa in modo di “concentrare” le microfilarie eventualmente presenti. 

Tuttavia un cane che risultasse negativo a queste due tacniche, sebbene abbia maggiori possibilità di essere effettivamente sano, potrebbe anche essere malato (solo un parassita o solo adulti dello stesso sesso o, sebbene non sia molto frequente, microfilariemia assente)

Una volta evidenziate delle microfilarie al microscopio è però necessario capire se si tratta di L1 di Dirofilaria immitis (causa della filariosi cariopolmonare) o di L1 di Dirofilaria repens (apatogena): un esame morfologicopermettere di distinguere con chiarezza.

Oggi abbiamo a disposizione tecniche più rapide e precise per la diagnosi basate sulla ricerca degli antigeni parassitari

Ogni parassita (così come ogni altro essere vivente) è caratterizzato dalla presenza di molecole di “identificazione” (antigeni) tipiche della sua specie che vengono esposte sulla superficie delle sue cellule. I test che seguono cercano proprio queste speciali molecole per evidenziare la presenza delle filarie.

  • Test ELISA e test basato sulla tecnica di immunomigrazione rapida: evidenziano gli antigeni utilizzando speciali anticorpi su dei campioni di sangue

Entrambi questi test possono rivelare la presenza del parassita indipendentemente dalla microfilariemia e sono in grado di distinguere Dirofilaria immitis da Dirofilaria repens

Però anch’essi presentano dei limiti importanti: evidenziano solo gli antigeni delle femmine adulte (quindi dopo 6-8 mesi dall’infestazione). Quindi daranno esito negativo in animali malati, ma con meno di due o tre femmine o in caso di infestazioni con soli parassiti maschi.

Nel gatto le tecniche utilizzabili per la diagnosi sono molte meno: in questi animali infatti la microfilariemia è quasi sempre assente o comunque dura per un periodo troppo breve per poter essere utile. 

Inoltre, essendo i nostri piccoli felini più resistenti all’infestazione, spesso le cariche parassitarie sono molto basse: a volte un solo parassita, spesso di sesso maschile, il che si traduce in un risultato negativo ai test che cercano gli antigeni, anche se il nostro micio è malato (ricordiamo poi che viste le piccole dimensioni del gatto anche una sola filaria nel cuore è fatale!)

Le migliori tecniche per la diagnosi nel gatto si sono dimostrate essere quelle basate sulla ricerca degli anticorpispecifici che il gatto sviluppa contro i parassiti (e non più quindi gli antigeni dei parassiti stessi). 

Ci sono due test diversi in commercio:

  • Test ELISA
  • Test basato sulla metodica immunocromatografica a flusso laterale che si è rivelato essere molto efficace: rileva parassiti già due mesi dopo l’infestazione (e non più otto!) anche se sono solo filarie maschi.

Fatta la diagnosi è necessario valutare la gravità della patologia per scegliere il miglior approccio terapeutico:

  • Radiografia: per valutare l’entità dei danni polmonari.
  • Ecografia: per avere una vaga stima del numero di parassiti adulti presenti.

La filariosi cardiopolmonare è una patologia estremamente grave che anche se diagnosticata in tempo (cosa davvero difficile) può uccidere il nostro animale.

La prevenzione è l’unico modo veramente sicuro per mantenere in salute i nostri amici.

Ci sono molti farmaci efficaci che possiamo utilizzare:

  • Ivermectina: un farmaco sicuro ed efficace, usato da molti anni. Fanno però eccezione alcuni collie che, essendo particolarmente sensibili alla molecola possono avere gravi effetti collaterali. Tuttavia il dosaggio utilizzato per la profilassi (6 microgrammi per ogni kg di peso dell’animale) dovrebbe essere sicuro anche per questa razza. Oppure si può, più tranquillamente, utilizzare un’altra molecola.
    L’ivermectina si trova in compresse da somministrare per via orale una volta al mese iniziando un mese dopo la comparsa delle prime zanzare sino ad un mese dopo la loro scomparsa (orientativamente da maggio a novembre)
    E’ l’unica molecola che si può usare nei furetti, le altre non sono state registrate per questa specie.
  • Milbemicina ossima: un ottimo farmaco, efficace e senza effetti collaterali.
    Si trova in compresse da somministrare per via orale una volta al mese iniziando un mese dopo la comparsa delle prime zanzare sino ad un mese dopo la loro scomparsa (orientativamente da maggio a novembre).
  • Selamectina: ottimo farmaco senza effetti collaterali e attivo anche contro ascaridi, pulci e acari.
    Particolarmente comodo, si trova in spot on (pipette da svuotare tra le scapole) da mettere sull’animale una volta al mese iniziando un mese dopo la comparsa delle prime zanzare sino ad un mese dopo la loro scomparsa (orientativamente da maggio a novembre).
    E’ molto usato nei gatti non solo perchè spesso è più facile convincere un micio a farsi mettere uno spot-on che non a mandar giù una pillola, ma anche perchè è una molecola molto efficace nei mici, più che nei cani, a parità di dosaggio.
  • Moxidectina: farmaco per cani molto comodo ed altrettanto discusso. In America è stao temporaneamente ritirato, ma in realtà è ormai da qualche anno che viene usato in Italia e non si sono mai verificate segnalazioni di gravi effetti collaterali, come qualcuno ha invece denunciato in America.
    Una sola iniezione annuale è sufficiente per proteggere il cane per tutto l’anno perchè il farmaco è a lento rilascio.

Tutti questi farmaci uccidono le larve infestati che vengono trasmesse ai nostri animali tramite il morso delle zanzare. 

In realtà quindi non prevengono l’infestazione, ma impediscono che le larve possano diventare parassiti adulti e fare quindi ammalare i nostri amici.

La terapia medica consiste nel somministrare all’animale farmaci che uccidono le filarie adulte.

I parassiti, una volta morti (sia “naturalmente”, sia per il trattamento) si degradano, liberano sostanze infiammatorie e possono causare tromboembolismo polmonare, molto doloroso e altrettanto pericoloso per la vita dell’animale.

I farmaci utilizzati per uccidere le filarie adulte sono a base di arsenico ed hanno quindi un certo grado di tossicità anche per i nostri animali. 

Le nuove molecole (Melarsomina bicloridrato) sono più maneggevoli, con minor effetti collaterali, ma nonostante questo è necessario monitorare la funzionalità renale ed epatica durante la terapia. 

Il trattamento consiste in due iniezioni a distanza di 24 ore.

Nonostante la tossicità dei farmaci il rischio maggiore della terapia medica è dato dal tromboembolismo che può verificarsi in seguito alla morte dei parassiti che si cerca di controllare tenendo l’animale il più fermo possibile e somministrandogli sostanze che aumentano la fluidità del sangue.

Le filarie quando muoiono rilasciano anche un grande numero di batteri simbionti (Wolbachia) che potenziano la reazione infiammatoria da parte dell’ospite. E’ quindi utile, prima del trattamento con la melarsomina, somministrare delle tetracicline che uccidono i batteri impedendo così un’imponente infiammazione e la riproduzione delle filarie ancora vive.

In casi particolari è possibile valutare un altro approcio alla filariosi cardiopolmonare: lasciare che i parassiti ormai adulti muoiano naturalmente e limitarsi ad impedire che si riproducano, somministrandono tetracicline, e che si aggiungano nuovi parassiti effettuando un trattamento mensile di Ivermectina per 2 o 3 anni. 

E’ una soluzione rischiosa perchè il tromboembolismo si può verificare in modo imprevedibile.

Terapia chirurgica

Quando le condizioni dell’animale sono particolarmente critiche o con forte rischio di tromboembolismo, la terapia medica è troppo rischiosa ed è quindi necessario ricorrere ad un intervento chirurgico.

L’operazione consiste nell’estrarre dal cuore e dall’arteria polmonare il maggior numero di parassiti.

Per rendere la chirurgia il meno invasiva possibile, si arriva al cuore introducendo una lunga pinza dalla giugulare(una grossa vena del collo).

Nel cane le giugulari sono vasi molto resistenti che non vengono danneggiati dalla pinza e l’intervento è piuttosto sicuro. 

Maggiori difficoltà si hanno invece con i gatti, le cui giugulari sono molto delicate e di calibro minore: la mortalità perioperatoria è per questo alta e rende l’intervento molto rischioso.

La terapia chirurgica è consigliabile in due casi specifici:

  • animali con la malattia ad uno stadio molto avanzato ed iperacuto detto sindrome della vena cava che, se non si interviene immediatamente, uccide l’animale in pochi giorni o poche ore e non lascia quindi il tempo per una terapia medica
  • animali con un altissimo numero di parassiti che rendono sconsigliabile la terapia medica per il forte rischio di tromboembolismo.

Nei cani l’intervento è sopportato molto bene, non è doloroso, è di breve durata, è quindi sufficiente un’anestesia piuttosto blanda e subito dopo il risveglio gli animali stanno già molto meglio.

La terapia chirurgica però solo nel 70% circa dei casi è completamente risolutiva, mentre nei restanti non tutti i parassiti vengono tolti. Purtroppo le filarie che si trovano nei vasi più lontani o più piccoli non riescono ad essere raggiunti dalla pinza. 

Per questo può essere necessario far seguire alla terapia chirurgica quella medica per uccidere gli ultimi parassiti.

In alternativa, se le filarie rimaste nei vasi fossero molto poche, si può decidere di lasciare che muoiano da sè, preoccupandosi solo di evitare nuove reinfestazioni. La scelta va valutata caso per caso.

Purtroppo questa tecnica chirurgica è ancora molto poco conosciuta e praticata: inventata in Giappone, non è diffusa nè in America, nè in Europa, l’Italia è l’unica eccezione. 

Ma anche nel Bel Paese solo un paio di strutture sono attrezzate ed hanno le competenze per eseguire l’intervento.


Pubblicato da Riccardo

Sono un appassionato di animali, soprattutto di cani e di gatti. Sono un dogsitter e un catsitter.

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