Ghepardo: scopriamo da vicino il felino predatore

Foto di Ben Kerckx da Pixabay

Nell’immensa savana arsa, un’acacia solitaria è il punto di riferimento scelto per incontrare il ghepardo. Quando una femmina di ghepardo con i piccoli si installa nella pianura popolata di gazzelle, di solito colloca il suo covo, giorno dopo giorno e notte dopo notte, nello stesso luogo. I movimenti delle prede faranno cambiare di sede la femmina di ghepardo ma finché le condizioni della caccia saranno propizie, il ghepardo resterà fedele alla sua posta e ai suoi punti di osservazione. Alcuni naturalisti hanno osservato per tre giorni una bella femmina di ghepardo con due piccoli di tre mesi; è già stata vista uccidere una preda e mancarne un’altra. Alle sette del mattino i naturalisti si sono avvicinati ancora una volta fino a 50 metri dalla veloce cacciatrice. I due piccoli di ghepardo – di colore molto più chiaro della madre, di toni più grigiastri che dorati e con un lungo pelame sul collo e sul dorso – si inseguono e giocherellano con uno sfoggio straordinario di energie fisiche. Al gioco prende parte, ma quasi di malavoglia, la femmina di ghepardo, che si lascia mordicchiare sul collo, si stende zampe all’aria, abbatte i piccoli con una zampata e li lecca poi, con amorosa lentezza, sul muso e sulle orecchie. La famiglia di ghepardi dà un’impressione di felicità invidiabile. Gli animali paiono perfettamente adattati all’ambiente; il ghepardo vive senza ansie, senza fretta apparente, al centro di una savana in cui pascolano di giorno centinaia di gazzelle di Thomson. Verso le otto e mezzo del mattino i due piccoli ghepardi si accovacciano accanto alla madre, stanchi delle loro corse. Un gruppo di cinque gazzelle, che dall’interno della pianura si dirigono verso il fiume, passa a circa trecento metri dai ghepardi. La mamma ghepardo si alza, per la prima volta da quando i naturalisti stanno osservando la scena. Il ghepardoesamina distrattamente le gazzelle per qualche secondo e poi si stira, con un movimento simile a quello di un levriero. In verità, se non fosse per la testa corta e tozza, per la pelliccia dorata con macchie tonde e nere e per la coda relativamente grossa e anellata, si potrebbe pensare di aver davanti un solido e potente veltro. Il petto profondo, le zampe lunghe, il collo inarcato, la muscolatura lombare elastica e ben sviluppata, il passo apparentemente pigro, ricordano perfettamente un grosso cane longilineo mascherato da gatto. E indubbiamente ci si trova di fronte a un Felide portato a una tecnica di caccia del tutto opposta a quella di tutti gli altri. Invece di strisciare nel sottobosco per avvicinarsi fino a pochi metri dalla preda, balzarle addosso e afferrarla con gli unghioni, come fanno il leopardo, il giaguaro e la lince, il ghepardo corre apertamente sulla pianura per raggiungere le sue veloci vittime come un levriero insegue la lepre. Su brevi distanze il ghepardo è più veloce di qualsiasi cane, ma dopo quattro o cinquecento metri è stanco e deve stendersi a riposare. Al ghepardo, un corridore dal petto profondo, che contiene ampi polmoni e cuore possente, dalle zampe lunghe e vigorose che permettono di raggiungere in pochi istanti la massima velocità, e dalla colonna vertebrale flessibile con forte muscolatura lombare che ben regola e ammortizza l’azione degli arti, poco servirebbero le unghie falciformi, affilate e retrattili tipiche dei Felidi classici. In effetti, se tenute nascoste nella corsa per evitarne il logorio, mancherebbe alle zampe del l’appoggio migliore per la falcata, se tenute protese invece si consumerebbero presto, risultando inutili come armi da caccia. Le unghie del ghepardo, che lo distinguono nettamente dagli altri appartenenti alla famiglia, sono ottuse, forti e non retrattili, come quelle dei cani. Mentre i piccoli di ghepardo sbadigliano all’ombra dell’acacia, la mamma ghepardo studia i gruppi di gazzelle che pascolano i germogli di erba tenera sulla savana. Il binocolo permette di scrutare da vicino i grandi occhi color arancio del ghepardo. L’espressione è di infinita nostalgia. Le due righe nere molto marcate che come lagrime scendono dall’ angolo interno degli occhi fino all’angolo della bocca gli conferiscono un’aria malinconica. Ma qualcosa suscita una viva impressione nel ghepardo che scruta la pianura di sotto l’ombra dell’acacia: è la carica di energia potenziale del suo sguardo. Quando i falchi o le aquile inchiodano gli occhi sulle prede animali par quasi si percepisca il loro acume visivo. L’attività cerebrale preposta alla vista si rivela nello scintillio della pupilla, nella chiarezza della cornea. Questo particolare, appunto, sorprende nel ghepardo. Lo si vede studiare le prede animali, esaminarle millimetro per millimetro, valutare dai loro movimenti, dal piglio o dall’aspetto, la facilità o difficoltà della cattura. Alle nove e mezzo della mattina il ghepardo si erge e avanza di qualche passo, a testa bassa, gli arti semiflessi verso alcune gazzelle che pascolano a circa trecento metri dall’acacia. Il vento non gli è favorevole, spira dalla fiera verso gli erbivori. Ma il ghepardo non sembra preoccuparsi di questo fatto e comincia l’agguato. Passo a passo, con atteggiamenti intensamente plastici, il ghepardo si va avvicinando alle gazzelle. Non appena una alza la testa, il ghepardo si ferma, immobile nell’atteggiamento in cui l’ha sorpreso lo sguardo della preda. Il ghepardoresta qualche secondo con la zampa sospesa e piegata, come un cane che punti, col muso rivolto alla gazzella. Ma appena il piccolo erbivoro ricomincia a pascolare, il ghepardo continua la sua implacabile marcia d’avvicinamento, cercando di nascondersi dietro ogni rado ciuffo d’erba gialla risparmiato dal fuoco. E’ come se un filo invisibile unisse la testa del Felide al corpo della gazzella, come se lo sguardo del cacciatore si fosse trasformato in una linea di forza che lo attira inesorabilmente verso la vittima prescelta. Per percorrere venticinque metri impiega un quarto d’ora, e ogni movimento delle prede animali lo blocca. Il vento sta per rivelare la presenza del ghepardo: il suo sforzo, lo splendido saggio di caccia all’agguato non serviranno a nulla. Una femmina adulta di gazzella alza la testa dal pascolo e lancia un’occhiata al ghepardo. Tutti nel branco la imitano. Restano immobili per diversi secondi. Poi, tranquillamente, senza dare troppa importanza al ghepardo che si trova ormai a meno di duecento metri, trottano sulla terra bruciata e si fermano a pascolare un po’ più lontano. Il ghepardo si accovaccia, la tensione scompare. Rivoltolatasi sulla schiena, come se non fosse accaduto nulla, il ghepardo torna indietro e si riunisce ai piccoli. Alle dieci del mattino il ghepardo osserva di nuovo le gazzelle che avanzano verso il fiume, nella stessa direzione del vento. Nel branco di gazzelle di Thomson ce n’è una che zoppica dalla zampa anteriore destra. Il ghepardoabbandona il suo atteggiamento indolente, volta la testa, ancora coricata su un fianco, e fissa gli occhi sulla gazzella zoppa. Con meno precauzioni che nell’agguato precedente, avanza di circa venticinque metri verso il piccolo branco, e si corica ventre a terra fra le erbe secche e corte. La distanza che la separa dalle gazzelle avanzanti verso il fiume è di trecento metri circa. Il gruppo di gazzelle procede senza accorgersi del ghepardo. La gazzella zoppica visibilmente. Quando passa davanti al ghepardo, la distanza è di duecento-duecentocinquanta metri. Il ghepardo si mette in corsa. E’ dapprima un trotto, che va accelerando gradatamente fino a trasformarsi in quello che si potrebbe definire un galoppo spiegato. Sembra però che il corridore non s’impegni a fondo. Le gazzelle lo scoprono quando si trova ormai a meno di cento metri, forse a settantacinque. Di scatto partono in direzione opposta. L’animale zoppo non presenta alcun segno di inferiorità nella corsa e si mantiene alla sinistra del gruppo, davanti a un maschio di gazzella. Ma il ghepardo punta direttamente quell’esemplare, e la sua velocità che ha raggiunto il massimo è impressionante. La breve distanza che lo separa dalla gazzella diminuisce: la velocità del ghepardo è superiore almeno di un terzo a quella della gazzella zoppa. All’ultimo istante la gazzella compie un brusco scarto a sinistra, seguita al millimetro dal ghepardo, poi gira nuovamente a destra e il ghepardo le balza addosso. In una nube di polvere il ghepardo squilibra la gazzella con un colpo della zampa anteriore destra, mentre alza la lunga coda che ondeggia nell’aria. La gazzella rotola a terra, si rialza, corre per altri quindici o venti metri. Abbattuta di nuovo, la gazzella sgambetta a terra mentre il ghepardo le pianta i denti nella gola. Steso sul ventre, il ghepardo tiene la gazzella addentata alla gola e ansima affannosamente espirando l’aria per il naso e la bocca. La vittima si muove appena, ma continua a tenerla per il collo, senza cambiar posizione, per sette o otto minuti circa. I piccoli di ghepardo, arrivati di corsa non appena la madre ghepardo ha abbattuto la gazzella, cominciano subito a morderla, quasi con più voglia di giocare che di mangiare. La mamma ghepardo si rizza. Il suo vasto petto è profondamente scosso dal respiro agitato. Uno dei piccoli di ghepardo morde la gazzella alla gola, dove l’aveva morsa la madre, la scuote un poco e la lascia andare. Il ghepardo riprende la preda, mordendola nuovamente sul collo, e la va trascinando verso un isolotto di erba gialla, che spicca sulla pianura bruciata, nei pressi dell’acacia. Mentre trascina la gazzella con evidente fatica, i piccoli lo seguono festosamente e uno si attacca al corpo della preda abbattuta. Tre volte il ghepardo riposa, depositando a terra il bottino. Giunto finalmente alla zona erbosa, il ghepardo depone la gazzella e si stende a qualche metro di distanza, mentre i due piccoli cominciano a mordicchiarla sulla parte posteriore e laterale del ventre, all’attaccatura delle cosce. Il ghepardo riposa per un quarto d’ora, ansimando, con la bocca aperta. Poi dà inizio al pasto, come se avesse molta fretta, alzando di tanto in tanto la testa a guardare verso il fiume, dove di solito vi sono i leoni. Uno vicino all’altro, i tre Carnivori, coricati, dilaniano i muscoli addominali e mangiano le parti molli posteriori. I ghepardi non toccano il ventre né gli intestini, ma divorano il fegato e altri visceri e bevono il sangue. Di tanto in tanto riposano e cambiano posizione. La mamma ghepardo continua ad ansimare, col muso insanguinato, anche se non fa molto caldo. I piccoli di ghepardo non hanno mai dato l’impressione d’essere affamati: mangiano indolentemente. Quando la madre ghepardo ha finito si alza e comincia a coprire quello che resta della gazzella con paglia e con terra. Ma l’operazione è molto sommaria, sembra più un gesto stereotipo che un’azione compiuta con finalità pratiche. Alle undici meno un quarto i tre ghepardi abbandonano il banchetto e si dirigono verso la loro acacia. Hanno lasciato circa un terzo della gazzella, compresa la testa che non hanno toccato assolutamente, il collo, un quarto anteriore, la pelle, gli intestini e le ossa. Due sciacalli e una dozzina di avvoltoi divorano avidamente i resti, mentre i ghepardi riposano all’ombra dell’acacia solitaria. Il sole comincia a bruciare, la visione dei branchi di gazzelle si dissolve nella canicola sulla nera prateria. I magnati persiani del Medio Evo spendevano somme favolose per catturare e addomesticare il ghepardo, all’unico scopo di poter contemplare uno spettacolo simile a quello qui descritto, forse il più appassionante fra quelli offerti dal mondo degli animali: il confronto supremo fra i due campioni assoluti di velocità pura fra i Mammiferi, il ghepardo e la gazzella.

Pubblicato da Riccardo

Sono un appassionato di animali, soprattutto di cani e di gatti. Sono un dogsitter e un catsitter.

Lascia un commento