Setter irlandese, atletico ed elegante: da cacciatore ad amico di famiglia

Foto di Mr_Incognito_ da Pixabay

Il color mogano, le lunghe frange, il corpo slanciato da galoppatore autentico, lo rendono addirittura suggestivo e per questo non sembrano azzardate le definizioni di «figlio del vento» e «cane più bello». Basta guardarlo per capire come aspetto ed indole continuino ad estendere il successo del Setter irlandese. La sua eleganza, per alcuni addirittura eccessiva, lo ha allontanato dai campi di gara e dai terreni di caccia per cui fu selezionato in Irlanda e già al principio del secolo scorso, quando i primi esemplari furono importati a Milano, c’era chi lo acquistava per averlo amico in casa.
Lasciato libero si lancia in frenetiche galoppate con il naso al vento per captare anche le più labili tracce di selvatici. Proprio per questo in campagna non va mai lasciato libero ma tenuto costantemente sotto sorveglianza. Un tempo i cacciatori irlandesi preferivano gli esemplari con alcune macchie bianche perchè erano più visibili nelle brughiere nebbiose. Ecco perché, nonostante la selezione, alcuni esemplari hanno macchioline candide sul petto, sotto la gola, sul mento e sulle zampe oppure una graziosa «stellina» in fronte.
Affettuoso, alieno da litigi con altri cani verso cui rimane diffidente, si affeziona alla casa ed a tutti i membri della famiglia da cui pretende carezze e a cui risponde sempre con rapidi scodinzolii. Proprio per l’indole non è adatto né alla guardia né alla difesa: chi lo acquista deve convincersi di portare a casa un amico autentico e bellissimo e non un difensore dei beni. Ma anche l’Irlandese dev’essere educato sin da cucciolo a non tirare il guinzaglio, ubbidire ai comandi, rimanere solo in casa senza lamentarsi, non pretendere continuamente cibo. Il maschio è più imponente e testardo della femmina, di carattere dolcissimo.
Acquistato a due mesi – meglio rivolgersi ad un allevatore italiano, pretendendo di vedere la madre e gli altri cuccioli – sembra un buffo giocattolone con i movimenti scoordinati e coperto dalla lanuggine. In poco tempo però diventa un cane magnifico che fa girare la testa ai passanti.

Fonte: Corriere della Sera, 2/6/2006

Terranova, un «bagnino» da guardia: il gigante buono che ama i bambini

Foto di Peter Hauschild da Pixabay

A vederlo camminar tranquillo sui marciapiede di Milano non lo diresti il signore delle acque. Eppure il Terranova è proprio il re del nuoto, un autentico funambolo di onde e flutti tanto che viene anche impiegato, e con ottimi risultati, come cane da salvataggio. Il nome deriva dall’omonima isola, scoperta nel 1497 dai fratelli Sebastiano e Giovanni Caboto, in cui veniva selezionato. Abituato a vivere sulle imbarcazioni, era addestrato dai marinai a portare la gomena a riva in modo da poter ancorare il natante, recuperare oggetti caduti accidentalmente dalla tolda ma anche a gettarsi in soccorso di persone. Proprio per l’indole tranquilla, ma anche la sicurezza con cui affronta i malviventi, ebbe presto un posto di privilegio nei parchi delle ville o accanto ai bambini di cui diventa un affettuoso compagno di giochi e custode.
La sua fedeltà alla casa ed alle persone è addirittura proverbiale e ne fu testimone lord Byron, che nel 1815 fece incidere sulla lapide in memoria del proprio Terranova un commovente epitaffio: «… possedeva tutte le virtù dell’uomo senza i suoi vizi». In casa diventa – ed è ovvio – ingombrante con la sua altezza di almeno 70 centimetri ed un peso di poco inferiore a 70 chili, ma meno di quanto si ritenga: resta quieto nel suo angolo, alzandosi raramente e quasi sempre per dimostrare il suo affetto. Qualche inconveniente, in appartamento, lo si ha per il pelo, lungo oltre un centimetro e così fitto da non lasciar passare neppure una goccia d’acqua. Il colore preferito è il nero ma esistono anche esemplari marrone o color cioccolato e bianchi e neri. I cuccioli sono sempre un po’ goffi e paiono persino pigri. A cinque mesi però sono già in grado di eseguire correttamente i comandi e ad un anno diventano dei perfetti esecutori.
Imparano presto a rimanere al guinzaglio o camminare accanto a chi li conduce evitando risse con altri cani. Due passeggiate al giorno gli sono sufficienti per mantenersi in ottima salute. Soffre il caldo e, in presenza dell’acqua, anche in inverno, è difficile tenerlo a riva.

Dogo, un mix di razze combattenti capace anche di fare da guida ai ciechi

Candido come la neve, è un crogiolo di razze perché il dogo argentino cominciò ad esser «fabbricato» nel 1928 dal professor Antonio Nones Martinez, docente all’università di Cordoba. Voleva ottenere – e ci riuscì – un cane che fosse in grado di rintracciare ed attaccare il puma e quindi doveva avere ottimo fiuto, essere resistente alla fatica e soprattutto al dolore delle ferite. Dapprima accoppiò esemplari di alano arlecchino con cani da combattimento di Palea, dotati di resistenza, aggressività ma poco fiuto: i discendenti furono fatti riprodurre con bulldog e bull-terrier per renderli insensibili al dolore e successivamente con i boxer, più rapidi ad apprendere. Successivamente furono incrociati con pointer per accentuare l’olfatto e wolf hound, micidiali sterminatori di lupi, per renderli rapidi nella corsa. Il risultato lo si può vedere sempre più di frequente in città, dove sono molti ormai a possedere un dogo non di rado sacrificato in un appartamento. Considerato da molti cane aggressivo – e quasi sempre per colpa del proprietario – il dogo, se opportunamente addestrato, è prezioso per la guida dei ciechi o per la lotta anticrimine della polizia.
I cuccioli sono affettuosi, invadenti, curiosissimi. Fino a quattro mesi somigliano proprio a buffi giocattoloni. Col trascorrere del tempo, però, il comportamento muta ed il dogo tende ad affermarsi. Guai a lasciargli l’iniziativa: significherebbe avere un cane fuori controllo. Se invece si è in grado di imporsi si avrà nel dogo un alleato e un compagno meraviglioso, un custode dei beni e di tutti i membri della famiglia. Come tutti i cani selezionati per la guardia, non è adatto a sorvegliare abitazioni o giardini molto frequentati.
Il manto dev’essere assolutamente bianco, senza la minima macchia. I maschi sono alti fino a 65 centimetri e pesanti 45 chili. Di solito vengono amputate coda e orecchie per dare al cane un aspetto più fiero e a ricordo di quando era allevato per combattere: una pratica a cui occorrerebbe rinunciare anche a seguito di quanto raccomandato dal Comitato di bioetica.

Fonte: Corriere della Sera, 12/05/2006

Corgi, quando una razza fa carriera: da custode di telai a «cane della regina»

La storia dei Corgi somiglia alla favola di Cenerentola. Allevati dai Celti come cani da pastore, per la cattura delle volpi e delle faine nelle tane e custodi dei neonati nei villaggi di capanne, furono a lungo apprezzati non solo dalle popolazioni germaniche. Giunti in Inghilterra al seguito di tessitori chiamati nel 1107 da Enrico I, perché divenissero piacevoli compagni ed integerrimi custodi di stoffe e telai, sono da decenni i prediletti di Elisabetta d’Inghilterra e chiamati per questo «Cani della regina». In pochi decenni hanno accresciuto i loro ammiratori in Europa, con poca fatica proprio perché i grandi occhi, il mantello colorato, il carattere allegro sono un’irresistibile calamita di simpatia. Nelle abitazioni – e in quelle milanesi ve ne sono molti esemplari – si rivela compagno allegro e piacevole, tollerante verso gli altri animali (gatti, criceti e cavie) e mai troppo possessivo, dote apprezzabile per chi ha di frequente ospiti. Fa la guardia spontaneamente ed è meglio non incoraggiarlo per il rischio di renderlo aggressivo: i suoi morsi alle caviglie (i maschi non superano 30 centimetri, sei più delle femmine e pesano fino a 12 chili) sono sempre efficaci. Abbastanza individualista da non far branco ai giardini con gli altri cani, reagisce immediatamente se provocato.
Al guinzaglio cammina tranquillamente accanto a chi lo conduce e proprio per questo si rivela cane adatto anche per gli anziani che troveranno nel Corgi un compagno di passeggiate discreto ed affettuoso, disposto ad ubbidire e mai troppo irruente. In campagna preferisce, al contrario di cani di altre razze, la compagnia del padrone alle lusinghe di una corsa nei prati. Le tinte che denotano purezza di razza sono l’unicolore rosso, il rosso con carbonature (sfumature di colore antracite), fulvo, nero e focato con o senza chiazze bianche sugli arti, sul petto e sul collo. Ammesso un po’ di bianco in testa e sulla canna nasale. Per l’acquisto ci si rivolga ad allevatori italiani, dando la preferenza ad esemplari con testa simile a quella di una volpe, occhi marrone e coda corta.

Fonte: Corriere della Sera, 5/5/2006

Terrier russo, l’atleta che viene dal freddo Obbedisce solo al «padrone-capobranco»

I russi, che lo hanno selezionato, dicono che «ha gli occhi neri come la notte», ma ben pochi riescono a verificarlo perché nel folto pelo che gli ricopre il muso si distinguono con difficoltà. La corporatura lo qualifica subito come un atleta: alto fino a 72 centimetri ha pelo nero, ruvido, fitto, lungo da 4 a 10 centimetri, una valida difesa nei duelli con gli altri cani e contro le intemperie. Diffidente verso gli estranei, non raramente mordace proprio a causa del temperamento ardente, si adatta senza eccessiva fatica alle più diverse condizioni di clima ben sopportando persino il caldo dell’estate milanese. Può essere ospitato in appartamento dove diventa un temibile guardiano ma occorre pretendere fin da quando entra in casa, ubbidienza assoluta.
Se si è in grado di imporsi – ma non tutti ne sono capaci – si avrà un cane meraviglioso sempre pronto a compiacere il padrone. Altrimenti la convivenza può diventare problematica perché ha indole vivace e, quando non stima il padrone riconoscendolo suo capobranco, agisce di conseguenza. In questi casi si avrà a che fare con un cane testardo che ignora gli ordini e pretende, magari con un ringhio, di ottenere ciò che vuole. Se invece si riesce a stabilire con lui un rapporto corretto si avrà un ottimo guardiano della casa ed un efficace difensore delle persone.
Con gli altri cani si dimostra poco confidente: si eviti di lasciarlo libero con altri esemplari dello stesso sesso se anch’essi non sono di carattere gioviale. Temibile con i gatti, che non esita ad inseguire e ad azzannare, dev’essere sempre tenuto sotto controllo. In Italia ci sono alcuni allevamenti che si stanno imponendo per la qualità dei loro esemplari: meglio ricorrere a loro che ad importatori da Paesi dell’Est poco propensi, salvo qualche eccezione, a selezioni di effettiva qualità.
Prima di scegliere un cucciolo si osservino i genitori: devono avere pelo nero senza riflessi marroni o macchie bianche e non più lungo di 10 centimetri, ubbidire ai comandi dell’allevatore e mai aggressivi anche verso gli estranei.

Fonte: Corriere della Sera, 21/04/2006

Il mastino napoletano, un colosso capace di conquistare con il cuore

Il mastino napoletano ha una storia travagliata e vanta entusiasti ammiratori e detrattori altrettanto decisi. Perché di fronte ad un mastino napoletano non si può rimare neutrali: o lo si ammira oppure no. È considerato da alcuni cane ideale per la sicurezza delle abitazioni perché come guardiano risulta ben più affidabile di un’arma ed il suo effetto dissuasivo è efficace. Nella metà del secolo scorso ha però rischiato di scomparire. Proprio nel dopoguerra alcuni appassionati – e fra questi il giornalista ticinese Piero Scanziani scomparso nel 2002 – ne cominciarono il salvataggio. Pareva un progetto disperato, ma Piero Scanziani, allora giornalista a Roma, reperì a Napoli alcuni esemplari tipici che furono fatti riprodurre. E la razza si salvò dall’estinzione.
Occorre spazio, pazienza, e tempo libero per stare con lui, oltre che tanta fatica per dare al cane tutto quell’affetto che si merita. In casa o nel giardino il cucciolo deve imparare subito i primi comandi ed eseguirli, essere ubbidiente e comportarsi con tranquillità quando è al guinzaglio. La sua docilità può trarre in inganno. Occorre sia sempre a stretto contatto del conduttore, lo consideri suo capobranco e padrone assoluto. Il carattere è solo apparentemente remissivo: il mastino non ha mai reazioni immediate ma quando accade diventa difficile riuscire poi a trattenerlo considerando anche peso e dimensioni. A quasi tutti gli esemplari vengono tagliate le orecchie: è una pratica barbara, retaggio di un tempo in cui i cani venivano fatti combattere nelle arene e le orecchie lunghe costituivano una presa per l’avversario.
Ha necessità di muoversi, anche a passo d’uomo, per almeno due ore al giorno in modo da sviluppare bene i muscoli, socializzare con altri cani e non essere diffidente verso le persone.
Nei maschi l’altezza massima è di 72 cm, quattro in più di quella delle femmine, e il peso può raggiungere 7O chili. Il pelo deve mantenersi denso, di lunghezza omogenea e mai superiore al centimetro e mezzo. I colori ammessi sono nero, piombo, grigio sorcino, tigrato.

Dobermann, il cane da difesa che sa farsi amare e rispettare

Un cane di rispetto. È difficile sentir paura, avendo un dobermann al fianco. Ha il calore d’una compagnia discreta e d’una presenza continua. Insomma, è una certezza. Proprio per questi motivi oggi si spiega il successo di una razza che periodicamente però torna alla ribalta della cronaca per aggressioni alle persone. Colpa dei proprietari, si dice, ma questo non costituisce un alibi, anzi, secondo alcuni è un’aggravante verso cani che da cuccioli sono mutilati dal taglio della coda e delle orecchie che «guariscono» solo dopo una ventina di medicazioni. Elegante, sinuoso persino, ha una taglia da vero atleta e un carattere da protagonista, fiero e intelligente. Sempre. Difficile vederlo in difficoltà con altri cani o tra le persone. Calamita gli sguardi anche per via d’una presunta ferocia che altro non è se non dignità. La storia della razza è relativamente antica: il nome deriva dal primo selezionatore, un tedesco di professione esattore e rimasto più volte vittima di rapine, che volle ottenere esemplari capaci di difendere le persone dai banditi. L’altezza nei maschi è compresa fra 66 e 70 centimetri, fra 63 e 67 nelle femmine. Il pelo è corto, duro, aderente alla pelle. Il colore è nero, blu o marrone sempre comunque lucente.
Nella scelta occorre aver le idee chiare, perché il dobermann non è un cane per tutti. Il venditore saprà esser prodigo di consigli su come comportarsi con il cucciolo. Anzitutto ha necessità di spazio: vivrà in appartamento ma solamente se si ha tempo da dedicargli con passeggiate almeno due volte al giorno e una corsa nei parchi. Il moto è assolutamente necessario alla sua struttura da atleta. Lo si abitui subito a socializzare con altri cani e stare fra le persone: crescerà sicuro di sé, capace di distinguere un amico o una persona inoffensiva da un aggressore.
Il dobermann dimostra verso i bambini notevolissime prerogative di guardiani. Attenzione però, perché non si tratta di un cane facile, adatto a chi non intende prendersi cura di lui. Se non si ha disponibilità di tempo e soprattutto amore, si rinunci ad essere padroni del dobermann.

Fonte: Corriere della Sera, 3/2/2006

Il Maremmano abruzzese amico rustico ma leale

In mezzo al verde dei campi il Maremmano abruzzese si nota anche da lontano: una macchia candida nell’erba alta. È proprio questa la ragione per cui, oltre duemila anni fa, fu selezionato col pelo bianchissimo: per essere ben visibile, anche di notte, e non rischiare di essere scambiato per un lupo e abbattuto dai pastori. Col mantello dello stesso colore di quello delle pecore, questi cani robusti e coraggiosi si mimetizzavano col gregge, pronti a scagliarsi contro chiunque, uomo o animale, minacciasse la proprietà loro affidata. Il loro stesso abbaiare, alto e monotono, quasi ad intermittenza, è tipico di chi dà l’allarme, di chi chiama a raccolta gli altri guardiani per fare fronte comune contro la minaccia. E la tenacia dei Maremmani è senza paragone: se messi alle strette, diventano addirittura feroci. Questi cani hanno un carattere estremamente indipendente, tipico di chi lavora sodo e va per le spicce. Un modo di fare rustico, che ha dato vita a un mucchio di leggende: il Maremmano abruzzese ha infatti fama di essere mordace, poco obbediente, indomabile come i lupi con cui un tempo ingaggiava combattimenti all’ultimo sangue. Ma la realtà è diversa. Molte persone hanno il vizio di voler cambiare gli altri, di voler plasmare il prossimo secondo i loro desideri. E ancor più lo fanno con i cani. Queste persone non andranno mai d’accordo con un Maremmano. Se si vuole un cagnone pronto a obbedire al minimo comando, che non si stacchi mai dal padrone e si presti a farsi accarezzare in ogni momento, ci si deve orientare verso un’altra razza. Il Maremmano è un cane «originario», che ha conservato molta della fierezza dei suoi progenitori selvatici; è un «duro», come duro era l’impiego a cui è stato destinato per millenni. Spesso veniva lasciato solo a badare al gregge e perciò ha sviluppato un’indole solitaria. Non è quindi un cane per tutti. Il rapporto che instaura col suo compagno umano è di parità: non si sentirà mai un sottomesso. Tentare di cambiarlo è inutile, significherebbe rovinarlo o istigarlo alla rivolta; va invece trattato da amico, rispettato nei suoi momenti di apparente distacco dal gruppo, senza costringerlo a smancerie che non gli sono congeniali. È un cane che gode della presenza dell’uomo, anche senza avere con lui un contatto fisico. Racconto queste cose per esperienza, perché ho il privilegio di condividere l’esistenza con un Maremmano, ed è un’esperienza fantastica. Ogni giorno andiamo a passeggiare in campagna e lo vedo trasformarsi passo dopo passo; a contatto con l’erba, le pietre, i sentieri polverosi la sua andatura si fa elastica, quasi felina. Insieme agli odori dei campi, inala ricordi atavici di bivacchi, di lunghi tragitti insieme alle pecore, di notti passate in attenta sorveglianza. È quando si fa buio che lo sento più vigile che mai. Dalla mia stanza lo sento abbaiare al minimo bisbiglio, dalla finestra vedo la sua sagoma bianca scattare al minimo movimento sospetto. Purtroppo a volte simili animali vengono rinchiusi in un recinto, legati a una catena, abbandonati a se stessi per lunghi periodi; e poi, pretendendo che trattamenti del genere non pesino sul loro carattere deciso, vengono liberati di colpo e messi a giocare coi bambini. Gli incidenti che capitano, dovuti solo all’ignoranza della gente, rimbalzano sulle pagine dei giornali e infangano il nome di un leale compagno, duro sì, ma onesto come le cose di una volta.

Articolo di Roberto Allegri, Giornale di Brescia

Il labrador, eroe bello e possibile

Foto di Dean Page da Pixabay

Lo abbiamo visto in tv salvare decine e decine di vittime al fianco del vigili del fuoco quel tragico 11 settembre a New York. Lo incontriamo nei dopo-terremoti scavare tra le macerie seguendo, fino allo sfinimento e con le zampe sanguinanti, flebili voci che solo lui può sentire. E ancora, lo troviamo in spiaggia nelle vesti di bagnino tuffarsi in acqua per soccorrere chi sta affogando. O negli aeroporti a fiutare droga nascosta nei bagagli. Insomma, il Labrador Retriver è un vero eroe. Ma soprattutto è un amico bello e possibile, adatto a tutti. Fuorché ai pantofolai.

Origine


La leggenda. «L’origine del rapporto privilegiato del Labrador con il mare e con l’acqua si perde nella notte dei tempi – spiega la veterinaria napoletana Lucia D’Esposito – risale addirittura al X secolo quando i suoi antenati accompagnarono il vichingo Eric il Rosso nella traversata alla conquista dell’America del Nord. Secondo una leggenda canadese avrebbe ereditato l’acquaticità da un padre cane e da una madre lontra. Qualunque sia la verità, il Labrador è un ottimo nuotatore e impareggiabile compagno di bracciate».

Carattere


I caratteri. «Il cucciolo si presenta come un morbido batuffolo di pelo con due grandi occhioni teneri – dice l’esperta – Se lo si vuole “spupazzare” in braccio bisogna fare presto perché la crescita è veloce e ben presto acquista la fisionomia da grande. Da adulto il maschio arriva a misurare circa 56-57 cm al garrese, la femmina solo un paio di cm in meno. Il corpo è massiccio, con spalle lunghe, zampe diritte e coda grossa alla radice. Il mantello può essere di colore miele o marrone o nero».
Cane terapeuta. «L’indole leale e vivace lo rende uno dei migliori amici dei bambini e un leader nella Pet Therapy – continua Lucia D’Esposito – quando è in ”servizio” negli ospedali, sempre accompagnato da un istruttore, si lascia fare di tutto: baci, carezze, tiratine di coda, lanci di palline con riporto, corse senza fine».
Il partner. «Stabilisce un fortissimo legame di amicizia e complicità con il padrone e l’intesa è basata soprattutto sugli sguardi e pochi gesti. Questa simbiosi con l’uomo – spiega la veterinaria – lo elegge tra le migliori razze per gli usi nella protezione civile e nelle ricerche in caso di catastrofe. La vita con lui sfugge a ogni rischio di monotonia. È un compagno di giochi irrefrenabile, grande allegrone e inguaribile curioso. Se non avete uno spirito dinamico ma siete pigri e pantofolai, pensateci bene prima di scegliere un Labrador: troppo faticoso».
La seduzione. «La sua mimica facciale e la mutevolezza dello sguardo sono un’arma pericolosa che vi può costringere a cedere rimpinzandolo di biscotti, pane e leccornie varie. Per il suo bene bisogna resistere a questa tentazione – raccomanda l’esperta – perché il Labrador tende ad arrotondare la pancetta e ad appesantire la linea e i movimenti».

Fonte: Il Mattino, 11/05/2003

Shi Tzu, il cane dei monaci tibetani Un «batuffolo» che sa combattere

Foto di carlosleucipo da Pixabay


Di portamento fiero, si muove al rallentatore Diffidente con gli sconosciuti, è fedele solo al padrone
Ha il fascino dell’Oriente: per questo ormai da anni lo Shi Tzu continua la marcia trionfale alla conquista delle case ed ha schiere di ammiratori che lo considerano un gioiello della natura, proprio come fanno i sacerdoti di Buddha. I primi esemplari (allevati dai monaci tibetani che ne erano gelosissimi custodi venivano utilizzati per dare l’allarme e svegliare i mastini da guardia) furono importati in Inghilterra nel 1930 e conquistarono subito l’isola e poco dopo l’Europa cinofila. Di carattere fiero, portamento altero come fosse conscio della propria bellezza, lo Shi Tzu si muove al rallentatore, quasi guidato da un’invisibile moviola. Piuttosto restio a dar confidenza agli sconosciuti, è pronto a segnalare l’arrivo di estranei ed a difendere la casa, sia abbaiando sia ricorrendo ai denti insolitamente robusti in un cane alto più di 26 centimetri e pesante meno di otto chili. Da cucciolo sembra proprio un batuffolino peloso e tenero: cerca protezione, pretende attenzioni. In casa da pochi giorni instaura un rapporto di affetto con tutti, un legame però che per essere saldo necessità di tempo. Ed è un impegno verso il cane che viene ampiamente compensato proprio perché lo Shi Tzu riconosce nel padrone una guida da seguire ciecamente. Crescere un cucciolo affettuoso e non deve significare «antropizzarlo», cioè attribuirgli sentimenti ed esigenze proprie delle persone. Lo si acquisti da allevatori noti: lo Shi Tzu infatti non verrà mai offerto come «occasione». In casa deve avere il proprio angolo e qualche giocattolo: un osso di pelle di bue, una pallina di gomma piena o un pupazzo. È goloso, ma occorre resistere per garantirgli una vita lunga e sana.
Gli si insegni – ma imparerà in poche lezioni – a camminare correttamente. Il pelo – sono ammessi tutti i colori e sulla testa è raccolto in un ciuffo – è lungo, folto e con qualche ondulazione e completato da un sottopelo che un tempo gli era necessario per difendersi dal freddo nelle zone impervie del Tibet.
La toelettatura è relativamente semplice: ogni giorno qualche colpo di spazzola e di pettine.

Fonte: Corriere della Sera, 20/01/2006